I fatti di Fontamara rivivono alla luce dei nostri giorni
Michele Placido e dieci giovani attori restituiscono il senso di una tragedia che arriva sino a noi
Bello questo Beckett sembra quasi Cechov
Massimo Castri dirige Finale di partita con Vittorio Franceschi protagonista
I sogni di uno straniero nella dolcezza del figlio
Alessandro Gassman cattura e commuove in uno spettacolo che ha la verità della vita
Quella dama di D'Annunzio sembra proprio un uomo
Tiezzi mette in scena nel cortile del Bargello Sogno di un mattino di primavera
Il divertito "family day" di Alessandro Genovesi
in scena all'Elfo Happy Family
L'Aids e la fine del sogno negli Usa dell'era Reagan
commovente edizione di Angels in America di De Capitani e Bruni
Quartett secondo Bob Wilson
il testo di Heiner Müller con Isabelle Huppert protagonista
Elettra con le cuffie è ancora più bella
la coinvolgente messinscena di De Rosa-Westkemper del testo di Hofmannsthal
Primavera dei teatri a Castrovillari cronache da un festival azzeccato e coraggioso
Arrevuoto: Scampia/Napoli
il debutto scenico del progetto triennale diretto da Marco Martinelli
Ricordo
di Barbara Nativi
di
Franco Quadri
Scompare con Barbara Nativi un personaggio chiave del nuovo teatro
italiano, mancata d’improvviso a 54 anni, all’indomani
dell’inaugurazione del suo ultimo ferstival, in braccio
al marito e fedele scenografo Dimitri Milopulos, per un tumore
scoperto in fase già avanzata l’estate scorsa, mentre
provava uno spettacolo per la Biennale, e fatto passare per peritonite
agli occhi del pubblico. Fondatrice con Silvano Panichi di Laboratorio
9, aveva cominciato a far teatro nei primi anni ‘80 a Firenze,
dove debuttò con la regia di Woyzeck nell’87, poco
prima di spostarsi alla Limonaia di Sesto Fiorentino, in uno spazio
con giardino carico di atmosfera, già appartenente alla
Villa Corsi Salviati. Lì nasceva un singolare sacrario
scenico, grazie all’apertura di una scuola d’attori
tra le più vivaci del nostro paese e quindi al lancio di
Intercity Festival nell’89, che, partendo nei primi tre
anni rispettivamente da New York, Mosca e Berlino, avrebbe aperto
una finestra importante sul meglio dell’attuale drammaturgia
internazionale con la formula intelligente di importare ogni volta
degli spettacoli in lingua di nuovi autori e di affidare altri
loro testi a messinscene italiane: un’iniziativa preceduta
ogni volta da accurate ispezioni, guidate dalla generosità
inventiva della regista e destinata a figliare ritorni dei paesi
ospitati, moltiplicando i convegni. Clamoroso fu il successo di
Intercity Montreal con la scoperta degli autori e dei registi
del Québec, protratto per due anni e concluso con una tournèe
tutta femminile delle Cognate di Michel Tremblay, dirette dalla
regista. E si deve a questo festival la scoperta nel ‘94
dell’allora sconosciuto Rodrigo Garcìa col suo Patè
di ragazza (Note di cucina), prima del grande colpo, che nel ‘96
e ‘97, ci rivelò Martin Crimp e la new wave inglese
di Sarah Kane e Mark Ravenhill, entrambi tornati l’anno
dopo a Firenze per le prime di Blasted e Shopping&Fucking,
curate da Barbara. Ma la regista colse il maggior successo della
bsua carriera col lungo lavoro su Crave (Fame), dopo la morte
dell’autrice, mentre il festival si arricchiva affratellandosi
al concorso Shell Connections del National di Londra, che ogni
anno commissiona a giovani autori testi per giovani under 18:
ed ecco l’instancabile Nativi portare al successo i suoi
promettenti boys in Noccioline di Fausto Paravidino, mentre
la malattia l’avrebbe colta alle prese con Binario morto
di Letizia Russo per la Biennale, dopo che la regia del Pittore
di Madonne di Michel Marc Bouchard l’aveva imposta anche
in Quebec. E a noi questa insostituibile reinventrice di
teatro lascia un esempio indimenticabile e un gran patrimonio
di scoperte, assieme a una inguaribile nostalgia.
Cappuccetto
rosso e Pollicino per Lenz Rifrazioni
di
Franco Quadri
Arrivato
al ventesimo anno di una perigliosa e meritoria ricerca, il gruppo
parmigiano di Lenz Rifrazioni ha incontrato le fiabe dei Fratelli
Grimm lavorando su Goethe e vi ha rinvenuto una miniera di idee
in grado di soddisfare il proprio gusto per l’approfondimento
della letteratura attraverso la scena, mentre al tempo stesso
ne scopriva le pulsioni oscure, avvalendosi della sensitività
preziosa di interpreti down di alta qualità espressiva,
quali Barbara Voghera e Sara Monferdini.
Quest’ultima, con un supporto di lunghe trecce finte del
colore del titolo, nel Cappuccetto rosso diretto da Francesco
Pititto, si trova alle prese con quattro attori-lupi seminudi,
abili a muoversi ritmicamente e a calarsi in una quantità
di travestimenti anche bisex. E dopo avere tentato la ragazzina
tra i pannelli e i tappeti che designano il bosco, la precedono
a casa della nonna accogliendola nelle vesti di costei appena
mangiata per divorarla a sua volta; ma da quella pancia la protagonista
uscirà mezza donna e mezza lupo, comunque cresciuta e libera
dalle ossessioni, in un gioco lieve e ironico che aggira le punte
drammatiche con stile cabarettistico e mette a nudo con humour
il sottofondo sessuale della storia. Con pochi oggetti miniaturizzati,
la limpida trascrizione scorre lineare a passi di danza, tra brani
dell’originale tedesco in playback; ma in una scena si sente
anche un dialogo in un italiano verseggiato, mentre si succedono
le variazioni al piano, con passaggi dello stesso motivo dal classico
al rock, curate da Adriano Engelbrecht, una colonna del gruppo,
che è uno dei baldi lupi maliziosi e ha anche inciso le
musiche gregoriane di sfondo a Pollicino.
Ma di questo personaggio alla regia di Maria Federica Maestri,
non interessa la vicenda originale quanto la sua piccolezza di
bimbo-oggetto e la serie di violenze che è costretto a
subire. Ecco quindi la già citata Voghera, che lo interpreta,
intellettualisticamente assimilata agli eroi della tragedia greca
e materialmente ridotta a cosa venduta, mangiata, defecata dalle
altre due attrici, Sandra Soncini ed Elisa Orlandini, impiegate
come funzioni, tra minigiocattoli, simboli religiosi, animali
di pezza, finto cioccolato e finte feci con un eccesso di segni
e fantasia visionaria, per ricreare l’ininterrotto destino
del simbolico piccino a un trapasso seguito da immancabili rinascite.
Büchner
e la Marsigliese per l'addio a Zurigo di Marthaler
di Franco Quadri
Numero
uno della generazione di mezzo, Christoph Marthaler è oggi
uno dei registi più poeticamente liberi e inventivi, a
cavallo tra le arti, come ha confermato Die Schöne Müllerin,
il suo spettacolo schubertiano conteso la scorsa estate tra i
grandi festival europei, Italia esclusa. Ma oggi l'originalità
si paga, e l¹artista svizzero ha capito di essere un artista
richiestissimo ma negato alla guida di un teatro pubblico; ha
quindi chiuso con la fine del 2003 il suo tormentato triennio
di direttore dello Schauspielhaus di Zurigo con un singolare omaggio
a Georg Büchner, nella città in cui lo scrittore morì
poco più che ventenne, per tornare libero, e già
si ventila una sua regia a Parigi per l'inaugurazione autunnale
della nuova Opéra Bastille di Mortier.
Intanto, dato che per lui i classici vanno fatti rivivere in una
provvisorietà contemporanea, la sua Morte di Danton
non si sottrae alla regola, accomodandosi secondo i moduli scenografici
di Anne Viebrock nella doppia profonda sala di un bar o forse
di un club, coi suoi tavolini da cui, tra carte da gioco e microfoni,
emergono subito il maglione rosso di Danton (Robert Hunger-Bühler)
e la voce chiara di Desmoulins (Matthias Matschke), già
guardati con sospetto di riformismo per le loro vanterie sessuali.
A denunciarli, non solo nelle assemblee giacobine, sono un panciuto
Robespierre e il livido biondastro Saint Just, che vediamo poco
discosti a blaterar principi, stretti nei loro impermeabili chiari,
quasi delle uniformi, appiccicati alle pareti come spie intolleranti
del "dispotismo della libertà". Con brevi tagli
i dialoghi seguono il percorso del testo, ignorando i cambi d'ambiente,
ma supplendo con disinvoltura anche agli esterni; e la rinuncia
al dettaglio realistico e ai costumi d'epoca rende il contesto
più universale.
Ma già dall'apertura del sipario domina l'azione il fluire
ininterrotto della musica, in primo piano o come inesausto sottofondo:
La Marsigliese ce la cantano proprio tutti, mutando arrangiamenti
fino al momento delle esecuzioni, in cui un giocoliere ne offre
un saggio impressionante. Ma risuonano pure La Carmagnole
e L'Internazionale, assieme a canti russi o cileni, e
si scatenano le danze accompagnate da motivi di varietà
spagnoli, citando pure Josephine Baker. Del resto dal luogo di
riunione dell'inizio la sala cambia connotati, semplificandosi
per il processo e svuotandosi del tutto, con grate alle finestre
e pochi scanni ai lati, quando dovrà indicare la prigione:
e lì alle musiche risponderà un crescente silenzio,
accompagnato dai gesti significativi del boia che prepara alla
ghigliottina i colli delle quattro vittime più illustri,
prima che si diano la buonanotte abbracciandosi. E in quella posizione
resteranno fermi in piedi, sul fondo, per un tempo che sembra
eterno, fino alla fine, poetica immagine della morte, mentre la
vita delle loro donne continua, nella ricerca delle rispettive
vie d'uscita.
Benissimo interpretata da un cast molto compatto, questa Morte
di Danton ci porta una nuova linea nell'attuale revival büchneriano:
è uno spettacolo raro che cattura per la vivezza giovanile
e il senso di attualità con cui ci avvicina la Storia,
conducendoci dal gioco a una tragedia che non grida ma con la
sua lievità sensitiva ci tocca nel profondo.
Fedra
con Dominique Blanc per il ritorno di Patrice Chéreau
di Franco Quadri
Patrice Chéreau ritorna alla regia
di teatro partendo dal punto esatto del suo ultimo spettacolo
di otto anni fa, anche se allora si trattava di una ripresa della
Solitudine di Koltès e oggi della Fedra di
Racine. Non a caso però lo spazio è lo stesso, col
pubblico proteso sullazione da due gradinate contrapposte,
mentre piovono dallalto arcane sonorità monotonali
anche negli Ateliers Berthier dove sè trasferito,
a causa di lavori
allOdéon,
il Teatro dEuropa. Per richiamarsi alla classicità,
Richard Peduzzi si limita a sigillare la scena appoggiando al
muro di fondo un portale inserito nella roccia come quello di
Petra, da cui si accede alla sala attraverso un esile ponticello.
Più ancora che in quel testo di Koltès siamo nel
dominio di parole che si rincorrono e determinano il modo di essere
dei personaggi, creando nei due protagonisti il tabù di
dire la vergogna di un tentato incesto e darle un nome. Sono le
parole più alte e dispotiche del teatro francese, che peraltro
qui, grazie a una superba ginnastica vocale, si sovrappongono,
alterano i ritmi degfli alessandrini, inseguono musicalità
più aspre delle scolastiche cantilene che scandiscono solitamente
il capolavoro. Del resto la tragedia rinuncia ai paludamenti depoca
adottando i costumi contemporanei ma inventivi di Moidele Bickel:
gonne, manti e cappotti lunghissimi, giacche
attillate
sui torsi nudi, il nero e il bianco che si alternano alle tinte
forti. Emergono entrambi dalla solitudine, specchiandosi nellansia
damori vietati o per loro impossibili, la Fedra emozionante
della mirabile Dominique Blanc, che offre il seno desideroso di
morte allamato, e lIppolito complessato dallansia
di purezza di Eric Ruf, entrambi alle prese col problema di esprimere
attrazioni o repulsioni vissute come malattie e tradotte in morte
dallapparire del forte Teseo di Pascal Greggory, marito
e padre che col suo passato di dissipazione sessuale è
alla base dei loro complessi e, scampato a una visita nel regno
dei trapassati emana un gelo letale ed è causa di tre morti.
Il regista pone laccento sullestrema umanità
di questi eredi di destini maledetti e ne accentua il carattere
familiare, ma anche la mancanza di segretezza che li contraddice:
e per la prima volta vediamo in scena anche il figlio di Fedra,
reso testimone della confessione più intima. Allombra
distruttiva della figura paterna si contrappone quella dellestranea,
larida Aricia, titolare di sentimenti normali e dambizioni
di potere, alla quale la bellezza dura di Marina Hands conferisce
un sinistro fascino. Il labirinto delle passioni si colora grazie
alla nevrosi recitativa di una torbida luce di attualità
in centoquaranta minuti di estrema tensione, chiusi da unesplosione
dentusiasmo per lidolo ritrovato.
Odissea
del Teatro del Carretto
di Franco Quadri
Quindici anni dopo lIliade,
il Teatro del Carretto ricrea lOdissea, senza più
chiedere alle statue degli dèi di mediare la terribilità
insita nel mito, lasciando il posto alla ferocia di una storia
ricca di miraggi ma non di illusioni, nel suo spettacolo forse
più alto e disperato. Sopra la lignea scena circolare e
fantasiosamente multiforme di Graziano Gregori, palazzo-grotta-nave-tomba,
la regia di Maria Grazia Cipriani situa dal principio di fronte
a Ulisse, ancora in veste da mendicante, e ai suoi congiunti,
soltanto i
Proci,
padroni del palazzo di Itaca, e subito in preda a unorgia
sfrenata. Ma si tratta di un sogno, o forse di un incubo, di Penelope
che apre un ininterrotto gioco di specchi. Leterno ritorno
sè già concluso, ma leroe non smette
di ripercorrerne le tappe col pensiero, mentre i Proci si prendono
gioco di lui, costretto a una parodia del cavallo di Troia, per
poi passare spontaneamente a rivivere lavventura con Polifemo,
che è in realtà un suo doppio, costringendo i rivali
a calarsi nei panni dei suoi marinai, in parte uccisi dal ciclope,
e che più tardi lo legheranno a un palo perché non
senta il canto seduttivo ma muto delle sirene, mentre il coro
nenia il moto ondoso.
E un viaggio da fermo, di sogno in sogno, che raggiunge
il culmine nella discesa allAde, quando Ulisse, sempre attorniato
dai suoi nemici travestiti,
incontra
la madre, altissima nella sua lunga tunica, che gli si rivolge
col canto della Callas e si getta poi nellabisso lasciandolo
tra le braccia di Calipso con unemozionante fluidità
inventiva. E i Proci - già trasformati, sotto forma di
marinai, in maiali e quindi nelle vacche del sole che muiono incornate
contro le pareti - conosceranno finalmente la morte in prima persona,
a uno a uno, in un sadico spietato rituale ripetitivo che vede
i corpi trafitti, risucchiati e appesi, in unautentica tremenda
strage di innocenti che il cerimoniale peraltro rende quasi astratta,
come i gesti di guerra che vediamo ripetersi allinfinito
alla tv. Il coincidere di due sogni di Penelope e di Ulisse sembra
allora sigillare una storia che in realtà non ha fine,
perché questo Ulisse che non ci dice chi è e che
Teodoro Giuliani raffigura come un uomo medio, identifica la vita
col viaggio e finisce abbracciando un mappamondo alla maniera
di Charlot nel Grande dittatore. Benissimo interpretato
da un gruppo giovane con le magie foniche di Hubert Westkemper,
lo spettacolo è un emozionante viaggio tra i mostri del
nostro quotidiano: 2003 Odissea nella mente.
(da "la Repubblica", 3 febbraio 2003)
Pippo
Delbono con Zappa-Kane allElfo
di
Franco Quadri
Cè
Frank Zappa alla base di Gente di plastica, titolo del
resto di una sua canzone, ma ascoltiamo anche brani di un suo
libro in quella che si configura come una satira di una vita americanizzata
allinsegna della fiction e di una melensa ostentazione di
gioia. Ma Pippo Delbono, che costruisce i suoi spettacoli a lungo
termine sul contatto col pubblico, am a anche mischiare le carte
con le citazioni che lui stesso enuncia, in questo caso da una
cabina di regia che si trasforma via via in una sorta di schermo
tv, alle spalle della scena. E di lì ci snocciola spezzoni
della tremenda analisi di una vita di morte svolta da Sarah Kane
in 4.48 psicosi, ultimo suo testo prima del suicidio, mentre
in primo piano sorride il vuoto della quotidianità, da
una sfilata di intimo maschile condotta dal superbo Pepe Robledo
che rifà Donatella Versace in un salotto di malinconici
umani con teste animali, per tornare alla parodia familiare deglinizi.
Col tempo lo spettacolo ha raffinato ritmi e struttura, solo a
tratti turbati dagli eccessi fonici dettati dal pregiudizio che
la tragedia richieda il grido. Ma nel malessere che lapologo
suggerisce ha una parte anche il travestimento generale che coinvolge
gli stessi attori disabili della compagnia, costretti a normalizzarsi,
e messi un po a latere, nascondendo la malattia sotto le
maschere del benessere come gli altri personaggi o delegandola
esclusivamente alle parole della Kane, un po caricate dalla
dizione. Ed ecco il signor Nelson cancellare la sua nevrosi servendo
il tè agli spettatori, il dolce down Gianluca Ballaré
giocare a palla col pubblico, il sordomuto Bobò sedersi
in una poltrona da nonno borghese, come se questo teatro che ha
finora puntato sulla rivendicazione della diversità come
tema centrale della sua poetica, si avviasse con stile verso un
discorso di costume. Ma attenzione, non è un caso che alla
fine tocchi a Bobò, uscito da 45 anni di manicomio, dare
il la al cd di Vivere, cioè a uno scoppio energetico
di felicità. E il solo scatto sincero di vita, assieme
alle parole della Kane, di questo acclamato show sulla mistificazione.
(da "la Repubblica", edizione milanese, 6 febbraio
2003)
Prometeo
incatenato
secondo Ronconi al Piccolo
di
Franco Quadri
Peccato che il Piccolo Teatro abbia voluto smembrare nellarco
di tre stagioni - ridotte poi a due - lanomala trilogia
greca montata da Luca Ronconi per Siracusa. Il Prometeo incatenato
rifletteva secondo il regista linizio di un crepuscolo degli
dei destinato a portare a una completa desacralizzazione, nel
giro di altre due tappe riprese da altri autori. Eseguita da sola
al Teatro Strehler ora la tragedia di Eschilo è
destinata
a rimanere un po sospesa, anche se resta poderosa sulla
scena limmagine del Titano in catene non sulla prevista
rupe ma dentro la bocca dello scultoreo enorme colosso abbattuto
ideato da Margherita Palli, figura che potrebbe anche identificarsi
con lex signore degli dei, deposto dal figlio Zeus.
Sopra di lui, in volo, approdano come sparvieri i divini portavoci
del nuovo signore e il fabbro Efesto incaricato di legare questo
colpevole di tradimento a favore degli umani, visti come infidi
sudditi. Aldisotto, in una collinosa distesa lambita dallacquitrino,
il bianco coro delle Oceanine si abbevera alle parole del condannato,
teso a propagare arti e scienze, mentre larrivo della ninfa
Io, mutata in vacca e perseguitata dal dio, serve a dare a Prometeo
uno specchio della sua maledizione, ma anche a rifrangere linvettiva
sul regime celeste,
identificato col male e destinato a essere a sua volta travolto
nei secoli.
Ora è questa rappresentazione di una catastrofe che va
aldilà del mito e trascendendoci ci coinvolge, a interessare
questo progetto: ed ecco la fatiscente immagine del profeta prigioniero
fissarsi nella superba immagine di Franco Branciaroli, affacciato
dalla bocca al limite del precipizio che, col suo parlato piano
e la vertiginosità dei passaggi tonali, tocca le nostre
corde nel profondo,
sottolineando
i pericoli del progresso legati al suo dono agli uomini e allevoluzione
della storia. La sua voce si spegnerà nel rombo del tuono
che annuncia lautodistruzione avvenire, mentre si leva la
fiamma. Nella rappresentazione in interni non ci guadagna solo
la sua magica potenza, ma rivela una più intima partecipazione
di Laura Marinoni al personaggio di Io, mentre Galatea Ranzi guida
disinvolta il coro mosso da Marise Flach in abiti moderni e puntano
sulla caratterizzazione i messaggeri del potere di Luciano Roman,
Giovanni Crippa e Riccardo Bini. Novanta minuti di durata e il
seguito allanno prossimo.
Vecchie
di Daniele Segre dal cinema al teatro
di Franco Quadri
Artista anomalo delloggettivo,
da anni specializzato in documenti filmici della vita, Daniele
Segre non è nuovo al teatro, dove ha trovato i suoi protagonisti
da indagare sullo schermo dieci anni fa costruendo lemozionante
Manila Paloma Bianca su Carlo Colnaghi, oggi scomparso, e lestate
scorsa portando a Venezia, e poi al premio al concorso di Annecy,
Vecchie, radiografia su comportamenti di Barbara Valmorin e Maria
Grazia Grassini, che ne sono ora le interpreti dal vivo nello
spettacolo dellAssociazione Teatrale Pistoiese sottotitolata
Vacanze al mare. Di quel film, che aveva solo tre stacchi, ritorna
sulla scena con minimi movimenti in più e qualche parola
mutata, lo stesso parlare in libertà di due amiche della
terza età che rifanno se stesse in vacanza estiva al mare,
restie a uscir di casa ma non a porsi come copie di due anziani
coniugi litigiosi.
Il regista sè limitato a imporre delle percentuali
quantitative ai singoli temi, mettiamo un tot per i ricordi, la
prima scopata, gli amanti, le paure delletà, il rapporto
con la morte, i riferimenti sociali, i piccoli guai quotidiani,
e così via, tacendo delle rispettive carriere. Segre, che
firma il testo, è quindi intervenuto sui ritmi dei dialoghi
e dei gesti, lavorando alla continuità della non azione,
inchiodata nel film a una definitività alla quale la scena
contrappone un margine di possibili varianti, battute estemporanee
o accenni di gag. Un supplemento vitalistico potrebbe lederne
il carattere surrealmente documentale che ne fa qualcosa di unico,
sfuggendo ai moduli del testo di conversazione, come della commedia
allimprovviso o alla soggettività dei monologhisti.
Lo sfondo grigio della scena di Antonio Panzuto, che comprende
solo una tavola con davanti due sedie disposte verso la platea,
inquadra e oggettivizza due grosse autointerpretazioni. Passando
tra le luci e il controluce dellacuta illuminazione fissa
di Paolo Ferrari, vediamo la grintosa prepotenza di Barbara Valmorin
guidare con distruggente fantasia inventiva la coabitazione estiva
con una Maria Grazia Grassini più perbenista, preoccupata
del proprio decoro anche fisico: due rusteghe che
non smettono di insultarsi volendosi bene, col brio di un andante
con moto che può preludere a un agitato o a un allegretto;
e in poco più di unora ci disegnano un quadro di
vita in cui verosimilmente si identificano e che si sfa come una
bolla di sapone comunicandosi al pubblico, convertita comunque
in finzione dal risuonare degli applausi.
Cechov
in farsa per Trifirò
di Franco Quadri
Dopo
la sorprendente Domanda di matrimonio dello scorso anno, Roberto
Trifirò si riprova con lo stesso cast a tre a montare altri
due atti unici cechoviani a conferma di una felice predisposizione
per l'autore e per il comico. La felicità coniugale è
la sigla del dittico in cui funziona particolarmente bene L'orso,
testo che ricalca gli stessi temi dello spettacolo precedente:
l'animale del titolo designa infatti un rozzo possidente misogino
che s'installa in casa di una vedova bigotta perriscuotere un
debito e, dopo una sagra di violenze, la sfida a un duello chiuso
però di colpo da un duplice colpo di fulmine. Nella lugubre
casa a lutto con morto sottovetro, accanto a Dijana Pavlovic finta
santerellina e al servo spione di Franco Sangermano, è
lo stesso Trifirò a prendersi il primo piano con straripante
spirito da farceur, sotto una rossa criniera leonina, snocciolando
un pathos leghista di stravolti dialetti non solo lombardi in
un lungo numero esilarante che vale la serata.
E' reso invece più debole anche da un lontano confronto
con un grande Benassi il suo precedente assolo in Il tabacco fa
male, nella parte di un conferenziere che è costretto dalla
moglie tirannica a un attacco contro il fumo e sfoga invece in
pubblico il suo odio impotente per la megera. Ma qui l'attore
indugia troppo su una caratterizzazione rallentata e dimessa,
ostacolata anche dalla distanza dagli spettatori in un infelice
budello della disinvolta multisala Parenti dove l'infelice acustica
congiura con gli scricchiolii dei sedili.
(da "la Repubblica", edizione milanese, 4 aprile
2003)
Il Riccardo
III del Piccolo e i suoi problemi
di Franco Quadri
Ad
attualizzare la violenza con cui Shakespeare ricostruisce lo spasimo
per il potere di Riccardo III si erano cimentati in cinema con
raffinatezza Richard Loncraine trasferendo con Ian McKellen la
tragedia nel più bieco '900 e didascalicamente Al Pacino
discutendola con la gente di oggi. Il Piccolo Teatro ha affidato
l'impresa al ventottenne Arpad Schilling, stella magiara di tanti
festival, che però affronta la riduzione della storica
traduzione di Wilcock, riveduta da Giorgio Melchiori, con esagerata
fiducia nell'impatto figurativo e imbarazzante semplicismo nell'aggiornare
ed eliminare brani giudicati moraleggianti ma di fatto basilari
per rendere la complessità dell'opera, come il grande confronto
tra le ex-regine e il tormento dei sicari davanti all'orrore.
In compenso viene aggiunto un video sull'eliminazione di Lady
Anna solo allusa nel testo.
Più delle licenze disturba però la banalità
già evidente nella scena di Marton Agh: una spettacolare
scalinata coi gradini istoriati di scritte e fiancheggiati da
statue romane con in cima un minicolosseo, adatta piuttosto a
una sfilata di moda e usata come grande schermo per ingenui inserti
della guerra irachena o esempi di odierna vita quotidiana, oltre
che per più efficaci proiezioni decorative.
Le immagini si
ripetono nei video posati sulla sabbia che copre lo spazio ai
piedi della scala, sollecitate da telecomandi, mentre non si trascura
il cellulare. Ma il pretenzioso disegno non prevede purtroppo
un'azione.
Lo rivela subito il Riccardo un po' parà e un po' staliniano
di Massimo Popolizio, busto chiodato e saltuarie zoppie, bravo
ovviamente nell'enunciare, ma privo di varianti nella sua rabbia
immobile dai risvolti autoironici, senza mai una pausa di silenzio
né un reale sciogliersi nel fare che sorregga questo mare
di parole, finendo prigioniero di una gabbia interpretativa che
lo isola e non contribuisce a dare un senso alla vicenda. Ugualmente
vana è la resa dei molti interpreti di qualità dello
spettacolo, improduttivi nel riversare ciascuno un proprio stile
in questa verbosa macchina celibe, dal lineare Giovanni Crippa
a una esagitata Laura Marinoni, dalla poco sfruttata Paola Mannoni
all'umorale Barbara Valmorin, a Pia Lanciotti, Sergio Leone, Giovanni
Battaglia, all'apparizione di Massimo De Vita.
E' chiaro il disagio degli interpreti, a volte cambiati in corso
d'opera, mentre i tagli andavano e venivano e il progetto originale
si stingeva. Ora sarebbe ingeneroso investire il regista e il
complesso dei suoi collaboratori ungheresi di un esito negativo
che risente evidentemente della situazione di incertezza e sfiducia
in cui è nato uno spettacolo troppo ambizioso per non richiedere
altri tempi e modi di preparazione e di approfondimento. Ma non
si può negare il risultato: tra tirate poetiche svuotate
e colpi di pistola o di accetta si trascinano tre ore ripetitive
e senza vita che nella loro meccanicità non evocano neppure
l'incubo della violenza: parole parole parole come diceva il vecchio
Amleto.