Bello questo Beckett sembra quasi Checov
Massimo Castri dirige Finale di partita con Vittorio Franceschi protagonista

di Franco Quadri


Si discute da cinquant’anni della natura di Finale di partita cercando di dare un senso a una storia che non è una vera storia, come del resto non lo erano tutte quelle che godeva a creare un autore come Samuel Beckett, che alle storie non credeva e detestava quel teatro che gli diede la fama e la gloria, tanto da siglare questa sua tragedia comica che consente un’intera gamma di svianti letture, siglandola con una delle sue formule predilette: “Non c’è nulla di più comico dell’infelicità”. Ed è assodato che nella pièce si ride della situazione di un rudere dell’istituzione famigliare, chiuso, forse da sempre, in una sorta di prigione fornita di due sole finestrelle laterali opposte da cui, in cima a una scala si possono vedere all’esterno un lato mare e un lato terra ovviamente desertici, ma è cieco e incapace di alzarsi dalla sua carrozzella al centro dell’azione il protagonista Hamm, nel quale sulla scia del nome si è pure tentato di identificare un simbolico relitto di Amleto. Peraltro, davanti a lui in due bidoni in primo piano sono confinati i suoi due genitori, privati delle gambe in attesa della fine annunciata anche dal titolo scacchistico del testo, che non potrà alludere a un vero finale ma solo alla possibile partenza verso quel che resta del mondo di Clov, il servo-figliastro del paralitico, unico dei presenti ad aver serbato l’uso degli arti inferiori e che però in cambio risulta  impossibilitato a sedersi. il teatro di Beckett ritrova qui la felicità espressiva di quelle voci che si rincorrono senza più un soggetto, strisciando nel buio, nei suoi romanzi, e penso al delirio di Pim in Come è, a quella sua voce stremata e senza più un soggetto che si leva tra le larve striscianti nel buio, chiedendo una fine per la propria condanna a esistere senza uno scopo.
Ora, Massimo Castri, affrontando il suo primo Beckett per Emilia Romagna Teatro nella limpida scena rossastra di Maurizio Balò, non può fare a meno di rilevare il carattere seminarrativo che differenzia quest’opera dal Godot e di notare nel contempo nella scrittura un tipo di concatenazione strutturale che non appare molto distante da quella delle Tre sorelle cechoviane, non a caso messe in scena dal regista un paio d’anni fa situandone la vicenda in una sorta d’immobilità col suo ghirigoro di sfasate conversazioni, ovvero in un presente dilatato tra un ricordo reso indefinito dalla rarefazione dei riferimenti e una vaga speranza in cui il grido “A Mosca a Mosca” delle tre dolenti fanciulle poteva tradursi esattamente nel vano ritornello “Aspettiamo Godot” o più propriamente di “Basta, è ora di farla finita”. Anche qui, come in Cechov, c’è infatti un ghirigoro di conversazioni sfasate, personaggi che non sanno cosa dirsi, in un presente dilatato tra ricordi resi indefiniti dal rarefarsi dei riferimenti, e speranze sempre più spesso negate. Eccoci quindi davanti a una sorta di colorita scatola immaginaria in cui si sviluppa un dialogo tra individui sottoposti a divergenti handicap e ridotti appena possibile a monologare: e tiene banco nella sua carrozzina lo Ham di Vittorio Franceschi, che con la sua esperienza nell’uso delle maschere riesce a condurre magistralmente la danza, indirizzando con tutti i mezzi i movimenti del loquace Clov di Milutin Dapcevic tra le rare comparse delle mummie umane di Diana Hobel e Antonio Giuseppe Peligra nei bidoni  tra i suoni vivificanti di Franco Visioli in uno spettacolo da vedere.

(da "la Repubblica", 3 aprile 2010)

Sito a cura di Damiano Pignedoli
Web Designer Lorenzo Quadri • Altri credits Who's who@ubulibri.it


edizioni@ubulibri.itTel. 02.20241604 – 02.4549157
Fax 02.36514067facebook

 

Edizioni Ubulibri s.a.s.
di Franco Quadri e C.
via B. Ramazzini 8
20129 Milano (MI)
P. Iva 07819640157
C.C.I.A.A. 1182594
Cap. soc. € 516,46
Trib. MI 245424/6490/24