Tanto per cominciare, perché il tedesco dramaturg
anziché l'italiano drammaturgo?
(E, di conseguenza, dramaturgie anziché drammaturgia?)
Perché drammaturgo designa generalmente l'autore di testi
teatrali, cioè di testi destinati a essere rappresentati e interpretati sulla
scena e non solo delibati in silenzio a casa propria, mentre in Germania,
almeno dai tempi dei quattro numeri dei Beyträge
di Lessing - "Chi non vede che la rappresentazione è una parte
necessaria della poesia drammatica? L'arte della rappresentazione merita
dunque la nostra attenzione al pari di quella della composizione. Essa
deve avere le proprie regole: e queste vogliamo ricercare" - e poi della sua
Drammaturgia d'Amburgo, il dramaturg
è una figura istituzionale anche se con funzione difficilmente definibile,
perché varia a seconda dei tempi e delle compagnie o
dei teatri con cui stabilmente collabora, ma comunque, andando un po' a
spanne, assimilabile a quella del consulente letterario, dell'aiuto regista,
del consigliere artistico (soprattutto degli attori); meglio: una figura che
assomma in sé tutte queste funzioni in un ruolo di mediatore tra palcoscenico
e platea, interno al lavoro produttivo ma guardandolo già con occhi da spettatore partecipe.
Con le rivoluzioni della scena novecentesca, e in particolare
col nuovo teatro degli anni Sessanta-Settanta, la riscoperta dell'attore e
della sua presenza fisica, la pratica di un "teatro del corpo"
(superficialmente contrapposto al "teatro di parola"),
il rifiuto dell'autorità del testo scritto e la teorizzazione della "scrittura scenica"
come partitura più articolata e complessa della semplice scrittura verbale,
il dramaturg è uscito dalla Germania e, sia pure con funzioni
parzialmente diverse ma conservando il nome, ha cominciato a
migrare nel resto d'Europa, inizialmente al seguito delle esperienze
grotowskiane e barbiane, e poi via via del teatro di gruppo,
del recupero del teatro di poesia, dell'incremento (anche per ragioni economiche: un monologo costa molto meno di uno spettacolo vero e proprio) del teatro di narrazione,
della scrittura collettiva e via elencando.
Di tutto ciò dà conto, descrizione e perciò anche teoresi indiretta
un prezioso libro di Claudio Meldolesi e
Renata Molinari, Il lavoro del dramaturg, pubblicato nella
sua Ubulibri dall'infaticabile Franco Quadri. Breve divagazione.
Bisognerebbe cominciare a scrivere la storia, o almeno la cronaca,
dell'editoria teatrale, una delle più coraggiose e generose e vivaci ma anche invisibili che ci sia in italia. Per restare alla Ubulibri basti pensare al Patalogo,
che da 30 anni registra, a volte anticipandole, le tendenze più
significative della scena mondiale ed è insieme repertorio, sismografo ed
enciclopedia, strumento insostituibile per chi si occupi di teatro.
Ma anche alla collana di testi italiani e stranieri e alla saggistica,
che fissa, con latente volontà pedagogica oltre che storiografica, le pratiche
più importanti e durature della scena contemporanea. Fine della divagazione.
Il lavoro del dramaturg è diviso in due parti molto, forse troppo,
diverse tra loro, per impostazione e scrittura, che tuttavia si integrano:
come un dittico, ma di due pittori. La prima, di Meldolesi, è essenzialmente
storica: in essa, da Lessing a Brecht (che con i suoi adattamenti dei classici
e con i suoi Lehrstücke innova profondamente la dramaturgie
tedesca, facendo anche da ponte, per certi aspetti, con le nuove pratiche)
a Heiner Müller e alle esperienze di oggi un po' in tutta Europa, si
percorrono le metamorfosi del vecchio teutonico dramaturg
nel più variegato e mobile dramaturg
tardonovecentesco e contemporaneo. Renata Molinari, nella seconda parte,
intreccia con discrezione autobiografica professionale e resoconto quasi diaristico,
e gentilmente didattico, della sua attività "sul campo".
A lettura ultimata si capisce in che cosa può consistere questo
strano lavoro, definibile solo per deissi, cioè indicandolo nel suo farsi di
occasione in occasione, che si pone nel tratto fra testo e scena, e a un limite
tende quasi a confondersi con quello dell'attore, all'altro con quello dell'autore
(o anche, ma a mio parere più raramente e con rischi di ambiguità, del regista).
Meldolesi e la Molinari per definire il dramaturg
ricorrono all'immagine degli attori "nulla" o "neri" del teatro giapponese,
"attivi a volto coperto durante gli spettacoli per rimuovere ogni
tipo di impedimento materiale ai recitanti", "attori ombra" o servi di scena,
nel senso in cui Garboli intitolava Scritti servili uno dei suoi
libri più belli, che raccoglie testi critici paraeditoriali, prefazioni o postfazioni
che siano. E infatti il "mestiere" del dramaturg ricorda, per certi
versi, quello dell'editor, almeno per la necessaria capacità di entrare nel lavoro
di un altro in modo da proporre soluzioni che non tradiscano e anche
per l'inevitabilità di veder realizzate da altri le proprie proposte o intuizioni.
Ma, come non si stanca di ricordare la Molinari, in teatro si pensa per azioni
(anche la parola è gesto fisico, non enunciazione, e "la partitura testuale
non viene piegata all'interpretazione, diventa la materia stessa dell'azione scenica"),
e allora il punto di partenza non consisterà in una intenzione espressiva o
narrativa, ma nell'organicità fisica dell'azione: quello del dramaturg
"non è tanto un lavoro di impaginazione di azioni (compito semmai del
regista, nda), ma piuttosto un lavoro di creazione di strumenti per agire".
E anche il testo scritto va riattivato in funzione della memoria biografica
e del percorso emotivo dell'attore, oltre che del progetto registico.
Il dramaturg si avvicina "al testo con
un'attenzione fisica" e non può "prescindere dalla qualità del movimento
fisico che l'autore imprime ai personaggi" perché "ogni personaggio prima di
sapere come è, sappiamo come è nell'azione, quali sono gesti, posture,
attività che lo rendono riconoscibile e unico". E così la dramaturgie,
nella sua essenza, è una sorta di ermeneutica materiale (non so se gli autori
sarebbero d'accordo e lo spunto andrebbe sviluppato) in cui la gadameriana
fusione di orizzonti tra autore e interprete diventa continua commistione
dei punti di vista basata sul corpo "come luogo della conoscenza", ove
si afferma "l'irriducibile organicità di chi parla".
(da "Diario", n. 31, 24 agosto 2007)