Dio, perché la Shoah?
Un'intervista a Ottavia Piccolo, protagonista di Processo a Dio diretto da Sergio Fantoni, con una recensione allo spettacolo.

di Maria Grazia Gregori

Quando parli con Ottavia Piccolo ti sembra di stare con una reincarnazione ironica, un po' scapigliata, di una Madre Coraggio tutta speciale e contemporanea: per lo slancio, per la capacità di stupirsi ancora dopo 47 anni di teatro, per la grinta, la consapevolezza, l'impegno con cui combatte le ingiustizie perché è persuasa che anche un piccolo granello di lucidità, di chiarezza, conti nella vita. Ecco: Ottavia è un'attrice con un senso del coraggio formidabile, per le scelte che fa e per come le fa. Può essere una disperata madre di Plaza de Majo, una lucidissima mafiosa, una giornalista israeliana che ha perso il figlio nella guerra che uccide il suo paese ma che non rinuncia al dialogo con l'altra parte. Oppure - come in questi giorni fa in giro per l'Italia in Processo a Dio con un successo che commuove - una famosa attrice ebrea la cui carriera è stata troncata dalla persecuzione nazista, reduce da un campo di sterminio, che si ostina a porre una serie di domande a Dio sul senso della responsabilità del divino in una tragedia così feroce e così grande.
Ottavia, le tue scelte sono spesso controcorrente nel panorama teatrale di casa nostra. Da dove ti viene questa spinta, questa voglia di cercare strade diverse?
Nella mia ormai lunga vita professionale - sono salita in palcoscenico per la prima volta a poco più di dieci anni nel ruolo di una bambina muta in Anna dei miracoli accanto ad Anna Proclemer - ho fatto degli incontri che non esito a definire straordinari. In teatro ho recitato con Visconti, Strehler, Ronconi, Cobelli, Castri. In cinema sono stata diretta, fra gli altri, da Germi, Visconti, Bolognini, Scola, Sautet. Poi, a un certo punto, mi sono accorta che la cosa che mi piace di più è raccontare la contemporaneità. Mi sono chiesta come una donna della mia età, della mia esperienza si ponesse di fronte a temi laceranti come le donne di Plaza de Majo a Buenos Aires, al contrasto fra Israele e Palestina oppure alla piaga della mafia, e adesso alla tragedia dell'Olocausto. Oggi è questo che mi interessa, forse perché non ho fatto incontri con testi classici che mi abbiano stimolato più di tanto, forse perché non ho sentito certe occasioni come imperdibili... Ho accantonato le strade più facili e ho fatto delle scelte più provocatorie avendo dei compagni di strada come Sergio Fantoni e Fioravante Cozzaglio della Contemporanea. Però non mi sento per questo particolarmente coraggiosa: ci sono tante persone che lo fanno magari in un modo diverso da me che ho sempre bisogno di una "partenza teatrale", di un testo. Oggi recito in Processo a Dio, che per i temi che tratta non è purtroppo solo un lavoro contemporaneo ma qualcosa di più. Qualche volta gli spettatori mi chiedono perché lo faccio e io rispondo che mi sembra necessario. E il pubblico mi sostiene, mi conforta.
Eppure anche un'attrice come te incontra delle difficoltà, se non con il pubblico, con chi pensa che Il teatro debba "fare sistema" più che parlare alle coscienze e al cuore della gente...
Un attore per me è qualcuno che guarda alla società, che ci vive dentro e la interpreta. Se stai anni dentro a un teatro rischi di non vivere e di non vedere. Anche con il cinema per me è stato così: le attrici della mia generazione non guardavano tanto a Sophia Loren o a Claudia Cardinale ma a Glenda Jackson, Julie Chistie, Venessa Redgrave, donne che facevano le attrici ma che vivevano dentro le cose. Oggi che sono diventata più tollerante capisco che chi fa il nostro mestiere se non ha una solida quadratura interiore, una forte disciplina rischia di "sbarellare"
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E i giovani? C'è qualche speranza nel teatro, nella scena dei giovani?
Conosco molti giovani che fanno teatro e che soprattutto "vogliono farlo": gente preparata, ma che non ha spazio. La chiusura di certe istituzioni nei loro confronti è quasi totale salvo rare eccezioni che confermano la regola. Eppure c'è una vivacità, un interesse del pubblico nei confronti del teatro che è sorprendente: solo la televisione e i giornali sembrano non accorgersene. Certo il teatro non porta consensi alla politica, ma è indubbio che contribuisca a preparare dei cittadini consapevoli.
Ma allora com'è questo mondo secondo Ottavia?
Alle volte ho paura. Mi sembra che l'uomo non capisca che in un futuro neanche tanto lontano spariremo senza aver fatto nulla per difenderci. Poi penso che fino a quando ci sarà qualcuno che avrà la coscienza di tutto questo, una speranza possiamo averla. Mi sento ottimista: guardo i giovani e penso che magari quello che fanno non "fa notizia", come gli happy hour e i graffiti sui muri, ma fra loro c'è gente seria che crede che il mondo si possa cambiare, che ci sia una possibilità di sconfiggere la paura, di combattere contro la distruzione del pianeta. Io credo in loro. Per questo penso che il teatro abbia un avvenire. Se ci si confronta, si discute quando tutto va male, proprio come il teatro fa, allora c'è speranza. Certo parlo di un teatro che si guarda attorno, che non ragiona solo su se stesso, che vive nella vita.
E Ottavia per Ottavia chi è?
Una pazza furiosa che però si diverte facendo quello che fa perché si dice che in fondo in fondo il teatro è la sua vita e pazienza se la televisione non ha spazio per gente come lei. Sono una che ama il gioco della scena e che pensa che a diventare troppo seri, a non giocare più, si rischi il rincoglionimento. Malgrado i miei anni non mi sento vecchia, ma una che ha una grande energia, disponibile a vivere, a ridere, a guardare gli altri.


Un silenzio pieno di tensione e, in certi casi, di commozione. Non c'è bisogno di essere ebrei (come del resto non lo è l'autore Stefano Massini, fiorentino di 30 anni, punta emergente della nostra nuova drammaturgia) per vivere in prima persona questi sentimenti. In scena Processo a Dio (si può leggere nel volume edito da Ubulibri dedicato al teatro di Massini), che si svolge nel padiglione 41 del campo di sterminio nazista di Maidanek nella primavera del 1945. Qui un'umanità che ha vissuto l'orrore dell'Olocausto sulla propria pelle cerca delle risposte alla tenebra che ha attraversato e, sotto la guida di una famosa ex attrice ebrea, Elga Frisch, con il contributo di alcuni vecchi saggi di Francoforte istituisce un processo contro il sanguinario capo del campo acquistato per pochi soldi come merce di nessuna importanza. Un processo basato su cinque domande che sono veri e propri capi d'accusa, rivolti innanzi tutto a Dio al quale si chiede come abbia potuto permettere un orrore come quello e in, seconda istanza, al criminale, del tutto simile a un piccolo Eichmann, che si è sentito come un dio nei confronti delle sue vittime alle quali ha somministrato torture inenarrabili e morte. Un esempio di teatro civile che parla alle coscienze che Massini, sensibile a situazioni estreme (per esempio in La gabbia, originale rilettura del terrorismo, e in L'odore assordante del bianco in scena prossimamente al Fabbricone di Prato), ha scritto come un'immersione senza sconti, con personaggi immaginari ma con parole del tutto "vere", nel buio delle coscienze che genera mostri.
Con i capelli quasi rasati e grigi, Ottavia Piccolo interpreta magistralmente, con una mimesi anche fisica impressionante, il suo personaggio dentro una scena spoglia, chiusa, dove la vita di fuori non può e non deve entrare fino a quando non si sono fatti i conti con l'atrocità. Nella sua ansia di giustizia eccola portare terribili prove: l'uso dei resti degli ebrei in un perverso, agghiacciante riciclaggio; la scoperta di una carta geografica che pullula di campi di sterminio; la lucidità senza perdono nei confronti della belva che li ha ridotti a mucchi di cenere...
Messo in scena da Sergio Fantoni con misura come un inquietante oratorio laico Processo a Dio, la cui visione potrebbe efficacemente rompere l'ignoranza e la perdita di memoria su orrori che non possono essere negati, oltre a Ottavia Piccolo ha avuto come efficaci interpreti Vittorio Viviani, Silvano Piccardi, Olek Mincer affiancati dai giovani Francesco Zecca e Marco Cacciola. Da vedere, per riflettere.

(da "l'Unità", 1 febbraio 2007)

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