Ecco uno spettacolo molto elogiato da oltre un anno, arrivato al Teatro Studio, per un periodo troppo breve e acclamato dagli
spettatori che sono riusciti ad accedere alla sala sempre esaurita, per non dire assediata. A vederla, questa Elettra di Hugo von Hofmannsthal,
prodotta dal Teatro Mercadante di Napoli, si rivela ancora superiore alla sua fama, perché solitamente se ne parla soprattutto per
la tecnica innovatrice usata dal maestro del suono Hubert Westkemper isolando gli spettatori nelle loro cuffie acustiche in preda alla
sonorità dei sospiri degli interpreti e anche alla rumorosità della natura che li avvolge. Ma questa tecnica è arte e
non può essere considerata qualcosa di autonomo dalla mirabile lettura registica che Andrea De Rosa fa oggi di questo approccio
al mito tebano, in particolare al crollo della casa degli Atridi, rivissuto febbrilmente da un grande poeta viennese all'inizio del
Novecento, negli anni precedenti la caduta dell'impero. La vita è completamente bloccata dietro le finestre della casa di vetro
in cui spiamo i tormenti dell'eroina che, aspettando la vendetta, si abbandona completamente alla sua nevrosi, dall'odio sprezzante per
la madre colpevole al coinvolgimento della sorellina Crisotemide, che sconfina in ansia fisica di possesso nei suoi riguardi.
Da quella clausura la bravissima Frédérique Loliée, tra sussurri e grida, trasformando in strumento espressivo anche le
sue rare difficoltà nel recitare in una lingua non sua, uscirà infine per incontrare lo straniero, cioè Oreste arrivato
sotto mentite spoglie per far giustizia annunciando la propria morte, mentre negli orecchi dello spettatore infuria lo
scatenarsi della natura. E l'incontro, coi vetri come barriera, trasmette una forte emozione fisica, premessa all'orrore
dell'esecuzione. La tecnica ci aiuta a vivere ogni attimo dell'azione, catturando in una total immersion da cinema,
l'attenzione dello spettatore e allo stesso tempo trasmettendogli un senso di privatezza nel partecipare alla storia,
come è proprio della lettura, in quello che diventa un sogno a occhi aperti, perché il nitore delle varie fasi narrative
col mutare degli spazi visivi non è per nulla costruito, né si avverte la costruzione di una scrittura che non ignorai
momenti lussureggianti. Insomma un capolavoro in cui, accanto alla protagonista, vanno elogiate le sensitive partecipazioni di
Maria Grazia Mandruzzato, Gabriele Benedetti e Moira Grassi.
(da "la Repubblica", ed. Milano, 27 ottobre 2006)