"Il mio teatro, dedicato all'altra metà del cielo"
L'attore e autore bolognese Vittorio Franceschi ha vinto il Premio Ubu per Il sorriso di Daphne. Un libro pubblica ora tre sue pièce, incentrate sulle donne

di Massimo Marino


La sua casa è affollata di burattini, Fagiolino, Sganapino, Sandrone e tutti gli altri. Vittorio Franceschi è un attore bolognese doc, che negli anni cinquanta, per fare teatro, prese la tradotta per Milano con la valigia di cartone. Ma tra un personaggio e l'altro, tra il cabaret, il teatro politico della compagnia Nuova Scena che fondò con Dario Fo, tra ruoli sempre più importanti con registi come Ronconi, Castri, Benno Besson, non ha mai perso il vizio di scrivere commedie, nei ritagli di tempo, nei camerini. "Recitare - racconta - mi ha dato da vivere. Ma il ruolo di autore a poco a poco si è imposto e mi ha procurato i maggiori riconoscimenti, come il recente Premio Ubu per Il sorriso di Daphne". Alcuni dei molti testi che ha scritto sono stati pubblicati in volumi singoli o su riviste di teatro. Ora tre pièce sono raccolte dal più prestigioso editore di teatro, Ubulibri di Milano, nel volume Il sorriso di Daphne tra regine e naufragi. Oltre al fortunato dramma, messo in scena con la regia di Alessandro D'Alatri, sono contenute altre due storie, La Regina dei cappelli, segnalato al Premio Riccione nel 1997, e I naufragi di Maria (1993). Sono tre vicende sospese tra il sorriso e il tragico, intrise di quotidianità ma anche di favola; apologhi, operette morali senza sussiego, capaci di emozionare e divertire, di trascinare per strade misteriose, rivelare il dolore, accendere una speranza perfino nel buio dello sfruttamento, della malattia, della morte. Come rileva il critico Franco Quadri nell'introduzione "nostalgia, ironia e teatralità s'intrecciano nel lavoro in maniera di volta in volta incisiva e insinuante, allusiva e forte, così da configurare un testo leggero e profondo a un tempo, apparentemente giocato soprattutto sulla superficie, ma non privo di furtive occhiate verso l'abisso dell'inesprimibile".
C'è qualcosa di deforme sempre nei personaggi di Franceschi, nel botanico di Daphne, un uomo intelligente, che ha molto vissuto, e che ora è colto da una paralisi che lo porta verso una fine inesorabile, cui si sottrarrà grazie all'amore. Oppure in Regina, bellissima mannequin di cappelli dalle gambe purulente, mutata da un amore che la brucerà. Oppure in Maria, adolescente violentata e venduta dal padre, tenuta schiava più o meno consenziente, sognatrice di mari e naufragi. "Questi ultimi due lavori - racconta ancora l'autore - non sono stati mai stati rappresentati. D'Alatri vorrebbe mettere in scena Regina; stiamo pensando a un'autoproduzione. La storia di Maria è quella che amo di più, un testo che mi è costato fatica, cancellature, pentimenti. In tutti e tre i protagonisti sono donne, anche se Daphne è una pianta. Il mio teatro ha un occhio particolare per la metà dell'essere umano di sesso femminile". Un'ultima cosa ci tiene a sottolineare l'attore-scrittore: "Dopo tanti anni di teatro della negazione, di rifiuto della parola, è il momento di riaffermare il ruolo della scrittura. Perché con essa si possono recuperare i grandi temi dell'uomo, quelli che riguardano la vita, l'amore, la morte. Sono stanco di balbettii, di minimalismo, di cronaca banale. La scena deve tornare a esprimersi per metafore alte".

(Da "Corriere della sera", ed. di Bologna, 26 aprile 2007)

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