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l'Unità, 9 agosto 2005 Jelinek,
la parola contro il perbenismo Il teatro di Elfriede Jelinek, premiata un po’ inaspettatamente nel 2004 con il Nobel per la letteratura, è un lungo viaggio nel nero, un luttuoso percorso nel vuoto con qualche morto, segnato dall’incomunicabilità, dalla solitudine, che neppure il sesso riesce in qualche modo a colmare. Eppure in pochi testi come nei suoi trionfa la parola: tutti parlano e parlano sul palcoscenico mentale di questa elegante donna di quasi sessant’anni, una mina vagante per il perbenismo austriaco, per la conservazione delle cosiddette tradizioni, contro le quali si sono scagliati prima di lei non solo Thomas Bernhard ma anche la grande Ingeborg Bachmann e perfino Peter Handke. Cosa ci dice, però, la parola di Jelinek? Non ci dà informazioni, non ci tranquillizza, non ci fa conoscere dei personaggi. È una parola fine a se stessa, avvolgente, brillante, spesso inventata, autocompiaciuta perfino. Il che comporta non poche difficoltà di traduzione come ben si capisce scorrendo le pagine del volume appena pubblicato per i tipi di Ubulibri (Sport Una pièce e Fa niente. Una piccola trilogia della morte, pagg 177, euro 22), con un’appassionata introduzione di Luigi Reitani, grazie al lavoro di Roberta Cortese, un’attrice che ha anche interpretato un testo della Jelinek, Sport con la regia del grande Einer Schlaaf. I personaggi, ma forse dovrei dire le «maschere» di Jelinek, raccontano: non costruiscono dialoghi ma flussi di coscienza, propongono riflessioni, un vissuto senza nulla di psicoanalitico e senza arrivare a quel vertice di spersonalizzazione travestita che sta alla base della drammaturgia di Samuel Beckett. Questa autrice mette in scena un mondo ferocemente solipsistico (senza però la componente schizoide di Sarah Kane), ma tuttavia non rinuncia a prendere posizioni scomode magari contro il demiurgo di turno, ovviamente di destra, come Jörg Haider, rappresentato con raffinata ferocia in L’addio. È una forma particolare di teatro «politico» forse: perché anche se le vicende di cui Jelinek scrive si nutrono di indeterminatezza, nascono comunque dalla vita, si ispirano a delle icone riconosciute, per distruggerle come il filosofo Heiddeger, come Jacqueline Kennedy. O come la grande Paula Wessely, signora del Burgtheater, attrice compromessa con il regime nazista, che racconta di se stessa in La regina degli Elfi che fa parte di Fa niente. Una piccola trilogia della morte. Qui, con il titolo di un lied di Schubert, La morte e la fanciulla (peraltro usato anche da Ariel Dorfman in un dramma sulla tortura in Cile), si racconta anche di Biancaneve e di un cacciatore che alla fine le sparerà e di un «Viandante», forse il più autobiografico dei tre piccoli drammi, perché ispirato alla vita di suo padre, morto in una clinica psichiatrica. E Sport , il suo testo più completo, prende di mira il culto nazistoide del corpo perfetto oltre ogni limite. Ma senza spaccare ideologicamente il capello in quattro come avrebbero fatto Brecht e Fassbinder. Semplicemente per portare via, per strappare la vita al teatro: il vero «messaggio» di Jelinek scrittrice e drammaturga.
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