"Quando il vento del nord arriva l'ultima nave dell'amore salpa
sulla bellezza e sull'acqua degli Oceani...
I remi, quindi, diventano le braccia che sognano di essere forti... le onde non hanno pietà...
la luce e le tenebre non hanno pietà... come anche il silenzio non ha pietà... e quando la memoria comincia a fiaccarsi sotto il
freddo e la paura, anche ella non ha pietà...!!
Quanto è arduo, o amico mio, essere senza ombra!! Sii come vuoi essere, e
fai della tua figura, sempre, un atterraggio per la beltà e la bontà degli occhi..."
Ecco ciò che dice la narratrice di questo spettacolo:
"Il paese in cui i due fiumi il Tigri e l'Eufrate percorrono la città del sogno, la città delle Mille e una notte, dove le case e i loro tetti sono così vicini che se un gallo saltasse da un
tetto all'altro riuscirebbe a fare il giro senza toccare terra... in quel paese in cui le stradine attorcigliate intorno a
se stesse sfociano nei grandi mercati, dove i canti dei
mendicanti rompono il silenzio dei passanti...
Ma la magia più grande di Baghdad è quando
al calare del sole si accende la luce argentata della luna, e le stelle riempiono il cielo e sono così
vicine alla terra che sembra di poterle toccare... In quella città del sogno, la città della pace,
all'improvviso regnò lo spavento, gli abitanti dolenti piangevano le loro fanciulle uccise dal Re,
che ogni notte spegneva la luce di una vergine... Ed ecco che appare Shahrazad per sfidare il Re...
dicendo: 'O fanciulle cosa sa il sultano del vostro volto, delle vostre labbra, delle vostre palpebre che
battono per paura della morte?! O notte... quanti sogni passano come incubi nelle teste delle vergini...
l'acqua scorre nel fiume, quante storie dolorose deve ancora lavare e pulire... O donne che portate
la palpitazione del vostro cuore ogni sera, a Baghdad, per aggrapparvi al cielo...'.
Nella città del sogno il padre di Shahrazad portava, ogni giorno, il sudario sotto la sua ascella,
finché il sudario divenne una parte del suo spirito, aspettando, ogni mattino, di avvolgere la propria figlia con esso..."
Lo spettacolo di cui stiamo parlando, narra di Shahrazad come viene vista nell'immaginazione di un regista
iracheno in esilio. Storie prese dalle Mille e una notte, sull'eterna relazione di Shahrazad con il
Re Shahryad (mischiate con un racconto popolare iracheno che parla di un nano, Bis bis, che fuoriesce dalla tomba),
per creare uno spettacolo che narra degli avvenimenti di oggi. Lo spettacolo, elaborato e composto da
Kassim Bayatly è pieno di dettagli armonizzati e dipinti come un quadro pittorico trasparente,
intorno ad una realtà dolorosa.
Le immagini visive dello spettacolo nascono dopo una lunga ricerca e sperimentazione
teatrale che Bayatly ha condotto con il suo gruppo teatrale in Italia, con il quale ha prodotto e
diretto diversi altri spettacoli.
Abbiamo incontrato Kassim Bayatly per parlare della sua esperienza
di trent'anni d'esilio in Italia e della sua ricerca nell'ambito teatrale, partendo dai
maestri del Novecento, da Mejerchol'd fino a Barba.
"Il teatro - afferma Bayatly -
è un prodotto. E se
è connesso all'identità, certo non sarà una identità del pensiero
astratto, ma una identità connessa all'esistenza, la quale è composta di diversi strati ed elementi: simile
in questo all'esistenza di un essere umano, fatta di diverse dimensioni che scorrono lungo molteplici canali
percettivi e visivi che si manifestano nel rituale, nella danza, nella poesia, nella musica e nell'architettura e,
naturalmente, in tutte le relazioni interumane. E tutto ciò non scorre nel passato, ma è qui ora per aiutarci
a intraprendere il cammino oggi... Inoltre - continua Bayatly - la tradizione non è sopra di noi per schiacciarci,
né è dietro di noi per essere trascinata come un peso: è sotto i nostri piedi come una sorta di tappeto tessuto dai
nostri antenati, sul cui materiale ruvido e morbido abbiamo camminato a gattoni sin dall'infanzia, mentre i suoi
disegni labirintici e i suoi colori si sono impressi nella nostra anima. Tutto ciò, di conseguenza, si
manifesta nella nostra creatività qui e ora."
Quanto tumulto trattiene Bayatly nella sua interiorità,
pare un vulcano che cerca un foro per catapultare fuori il suo magma
creativo e la sua umanità sembra infiammata per poter oltrepassare tutti i limiti precostituiti.
"ll teatro - egli dice -
è quella casa
galleggiante sulle onde degli oceani, della quale teniamo i
remi con la nostra pazienza e la forza della vita di un esiliato." Concludendo, diciamo che Bayatly è giunto qui per un
nostro bisogno, come se fosse un vessillo per il movimento teatrale arabo.
(da "Al Minassa ", rivista del Festival Teatrale di Damasco, n. 10, 10 novembre 2006)