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La Sicilia - Cultura & Spettacoli, venerdì 3 giugno 2005
L’ultimo libro che ho letto sul teatro di Pasolini è stato quello di una illustre studiosa, Franca Angelini che in: Pasolini e lo spettacolo (Bulzoni 2000), aveva cercato convergenze tematiche tra il cinema e il teatro pasoliniano, addentrandosi anche in problemi di drammaturgia: poi, chi voleva saperne di più, ha dovutto accontentarsi di miscellanee o di introduzioni al Teatro, come quella di Guido Davico Bonino (Garzanti 1988). Stefano Casi ha dedicato una vita allo scrittore di Casarsa, sul quale ritorna con uno studio, forse il più completo, sull’intera produzione teatrale, partendo dalle primissime esperienze giovanili, che evidenziavano la centralità del teatro, nel pensiero dello scrittore, per arrivare alle Tragedie borghesi che oggi hanno trovato un interprete ideale in Antonio Latella, regista della trilogia: Porcile, Orgia, Bestia da stile. Il volume ha per titolo: I Teatri di Pasolini (Ubulibri 2005, pp.318, euro 26, 00), è preceduto da una controversa introduzione di Luca Ronconi, arricchito da una monumentale bibliografia, oltre che da una completa teatrografia che partendo dalle esperienze del giovane regista (aveva messo in scena L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello nel 1947) arriva fino ai giorni nostri. Stefano Casi ricercando le origini della passione teatrale di Pasolini, la scopre nelle sue letture, negli anni della formazione universitaria, quando s’imbatte in registi come Anton Giulio Bragaglia, Enrico Fulchignoni, Orazio Costa, Giorgio Strehler, Paolo Grassi, che aveva iniziato la sua attività proprio come regista. La vocazione teatrale lo porta a seguire corsi monografici su Goldoni, Marlowe, sulla tragedia greca; mentre sceglie come autori Synge, Yeats, O’ Casey, oltre che documentazioni apparse su riviste teatrali, come il Dramma. In quegli anni scrive osservazioni sul teatro su Setaccio e Architrave: durante i primi scontri con Pattuglia, che vedono contrapporsi due tendenze, quella del teatro concepito con zelo purista e quella del teatro costruito sull’azione. Grassi lo invita a collaborare per Palcoscenico, ma l’entrata in guerrà glielo impedirà. Stefano Casi passa in rassegna i testi minori: La sua gloria, I fanciulli e gli elfi, La poesia e la gloria, I Turcs tal Friul, Edipo all’alba, il testo che mi affascina di più, per la forza della parola che diventa azione con facilità, proprio il contrario di quanto avviene nelle sei tragedie conosciute, dove, non sempre, ciò che accade diventa azione, perché dietro la parola, non c’è l’abbandono alla poesia, bensì una stratificazione linguistica che risiede nell’ideologia, delle scelte sociologiche, della rabbia, dell’ansia di sperimentare. In questo testo c’è l’uso dell’atemporalità, fondamentale quando si è scelto il teatro di poesia, che ritrovo anche nella favola drammatica I fanciulli e gli elfi (1944-45), testimonianza delle capacità inventive di Pasolini, abile nel confezionare una materia leggendaria a scopo moralistico che potrebbe interessare chi lavora nel teatro per i ragazzi. Il lettore è guidato da Stefano Casi a scoprire non solo il già noto, ma tutte quelle esperienze primarie che portarono Pasolini a concepire le tragedie più note, quelle che Ronconi definisce “non tragedie”, proprio perché la tragedia è fondante, mentre quella di Pasolini vuole essere critica e quindi “contro”.
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