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Libertà
– Cultura & Spettacoli domenica 26 giugno 2005
Un saggio di Stefano Casi fa piena luce su un aspetto centrale dell’opera
dello scrittore friulano
Pasolini, teatro come vocazione
Un’attività centrale nello sviluppo della poetica artistica
di ENRICO MARCOTTI
A
trent'anni dalla scomparsa e proprio nei giorni in cui il dibattito sulla
sua morte cruenta riporta in primo piano con rinnovata intensità
il "caso Pasolini", giunge nelle librerie con bella puntualità
il saggio di Stefano Casi sui rapporti dello scrittore friulano con la
drammaturgia. I teatri di Pasolini (Ubulibri, pp. 318, 26 euro) è
infatti un documentato e appassionato viaggio nella "febbre"
teatrale di questo originale autore del Novecento oggi tra i più
rappresentati. Ricordiamo la recente trilogia (Pilade, Porcile e Bestia
da stile) proposta da Antonio Latella.
Stefano Casi proprio per questo suo approfondito lavoro di scavo sull'etica
teatrale pasoliniana, frutto di vent'anni di studi, ha ricevuto a Genova
il Premio della Critica consegnatogli dall'Anct (Associazione nazionale
dei critici di tea tro).
Il libro sgombra il campo da conclusioni velleitarie cui molti studi sono
giunti in passato mettendo in ombra un tracciato filologicamente importantissimo
ricostruito da Casi ripercorrendo la biografia teatrale dello scrittore
di Casarsa con perizia e rigore di analisi.
Un ampio percorso, quello di Casi, che analizza il doppio versante dell'attività
pasoliniana, la scrittura teatrale autonoma e la traduzione dei classici,
attitudine in cui Pasolini ha saputo calarsi con esiti spesso fondamentali.
Certamente, nell'introduzione al libro, Luca Ronconi ha ragione quando
afferma che sul versante teatrale Pasolini ha pagato con l'incomprensione
il fraintendimento a lungo perpetrato da certa critica del suo Manifesto
per un nuovo teatro interpretato più come una controindicazione
al "fare teatro" che non come un atto, in definitiva, di passione
verso l'esercizio di una attività intellettuale invece ritenuta
centrale.
E proprio Casi si incarica di fornire tutti gli elementi utili per restituire
dignità all'attività teatrale del Nostro, non meno importante
dei fronti letterario, poetico e cinematografico. Il percorso di questa
"vocazione" teatrale viene sviscerato fin dai momenti dell'adolescenza
a Casarsa (il paese natale) dove la vitalità del suo pensiero lo
porta ad affrontare il teatro attraverso la mediazione del dialetto della
sua terra per costruire un'opera, I Turcs tal Friul, scoperta da molti
solo nel '95 grazie al bellissimo allestimento di Elio De Capitani.
Un rapporto con la scena che non abbandonerà più Pasolini
nonostante l'impegno sugli altri versanti e che ne alimenterà l'ispirazione
e l'azione.
Pasolini lo sperimentatore fino agli anni della maturità, continuerà
la sua costante ricerca di un nuovo linguaggio, anzi di una lingua nuova
che ne giustifichi l'impegno culturale nei confronti della società.
Un percorso (fatto anche di confronti con la grande tradizione attorica
italiana ben conosciuta fin dagli anni dell'università da Pasolini)
che nel tempo subirà improvvisi stop, violente accensioni, repentine
ripartenze, fra entusiasmi e ripensamenti, sconcerto e intuizioni.
Nel libro Casi ripercorre una letteratura teatrale variegata che comprende
le traduzioni e le riscritture dei classici (l’Orestea e Plauto),
la creazione di canzoni di cabaret per Laura Betti fino a quei sei magnifici
esempi di "tragedia impietosamente borghese" (Calderon, Affabulazione,
Porcile, Pilade, Orgia e Bestia da stile) che continuano ad essere rappresentati.
Per Pasolini il teatro è un referente necessario per poter dialogare
con la società e Casi ne riesce a dimostrare tutta la forza eversiva,
ancora intatta. Forse proprio perché quel senso di incompletezza
che traspare comunque sottotraccia nelle sue opere è il segno di
una «libertà drammaturgica non costretta da schemi»,
come osserva Ronconi, con cui i teatranti possono confrontarsi senza sentirsi
soffocati.
E se I teatri di Pasolini sono ragione più d'uno, essi però
hanno un unico obiettivo: costruire uno spazio essenziale di riflessione
che vada oltre le prospettive autobiografiche.
E anche il cinema, nel percorso artistico di Pasolini, deve molto al teatro.
Segnali inequivocabili stanno nella stessa biografia pasoliniana: dall'assunto
teatrale di Teorema che avrebbe dovuto diventare una tragedia, alla Terra
vista dalla luna chiaramente ispirato all'Alcesti di Euripide, per non
dire dell'Edipo Re che guarda al capolavoro di Sofocle, così come
la Medea guarda al modello euripideo. Per arrivare a quegli Appunti di
un'Orestiade africana che sono un'altra variazione sul tema.
Per Pasolini il teatro non è un "vizio assurdo" ma il
luogo in cui sperimentare "l'assurdità dei vizi" della
società, pensiero forte capace di alimentare lo sguardo netto e
scandaloso sui meccanismi borghesi che la minano, spazio vergine in cui
tradurre le sue doloranti ma vitalissime contraddizioni, riflesso infine
non consolatorio di un mondo in cui il tizzone rovente della sua opera
continua a incidere fortemente.
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