Il sogno di un grande regista può anche consistere nel rifare se stesso all'infinito per dire sempre quacosa di nuovo e di più. Prima di rimontare Quartett di Heiner Müller per il Festival d'Automne parigino al risorto teatro parigino dell'Odéon, cioè un tempio della prosa, Robert Wilson l'aveva creato diciannove anni fa al Theater der Welt di Stoccarda, davanti all'autore eccitato dalle libertà d'interpretazione dei suoi testi che gli permettevano di sviscerarli meglio. La pièce ci presenta il duetto libertino delle Liaisons dangereuses di Choderlos de Laclos, rimontate oggi coi due eroi defunti che rivivono e si rinfacciano le rispettive efferatezze amorose e cercano di approfondirle giocando a scambiarsi i ruoli e il sesso in questo loro viaggio ansioso e sarcastico verso l'annientamento. Wilson aveva allora evocato intorno ai due protagonisti, separati da una rete, alcune loro disincantate immagini viventi di come potevano essere in altre età. La cosa si ripete ora mettendo in scena a rifare il verso ai loro modelli, specialmente con la plasticità dei gesti, una copia adolescente e un'anziana di Valmont e un'altra più giovane della Marchesa di Merteuil, incarnata nell'originale da una fulgida Isabelle Huppert, che non a caso per il regista aveva già incarnato un'altra figura bisessuale nell'edizione francese dell'Orlando di Virginia Woolf nel '93.
Ed è lei a bucare il buio entrando in scena per prima, fasciata da un abito lungo viola, anzi mauve, i ricci biondi scultorei all'indietro, ritmi da slow motion, gesti determinati e meccanici da cinema muto, solo il braccio sinistro a nudo e un dito puntato in avanti, un torrente di parole che poi si fa lentissimo, mentre il fondale alla Ingres scompare e il piano in breve pendio nel vuoto si connota di un lungo tavolo metallico come le sedie dal tipico marchio geometrico wilsoniano. Come recita il testo siamo "in un salotto prima della rivoluzione francese" ma anche "in un bunker dopo la terza guerra mondiale", quindi in nessun luogo o dappertutto, e questo si accorda perfettamente nel continuo disfarsi e ricomporsi dello spazio, mentre un divano di cui vediamo solo la spalliera ci diletta con le sue corse in orizzontale, magari col sospetto provvisorio di una scena nella scena e comunque di una persistente provvisorietà che nell'ultima parte provoca anche dei ripetuti interventi dei tecnici ovviabili si spera col succedersi delle repliche. Ma il senso dell'astratto che domina la serata trasmettendole l'inquietudine dei personaggi agitati dalle loro programmatiche doppiezze, coinvolge nella nevrosi le immagini sempre fatiscenti e disponibili ai salti nel buio e al cambio di colori predisposto dalla fantasmagoria delle luci, ma anche al frenetico gioco delle sonorità, allietate dalla vena leggera e dalle puntate rock delle musiche di Michael Galasso e rese inquiete dall'instabilità voluta dei volumi, sottoposti a voluti scatti vertiginosi.
Evidentemente questa stessa instabilità anima la recitazione dei due protagonisti, e anche quella più vicina alla danza e anche all'acrobatica delle loro ombre non prive comunque del tutto di parola e spesso spinte pure a fare il verso agli animali. Se l'azione è dominata dalla Merteuil, sempre all'attacco da quando si commemora a quando si diverte a fingere l'ingresso nei panni del compare o rivale, alla grandezza assoluta di una Huppert travolgente e inesorabile si contrappone l'alta classe di un ex da poco recuperato alla scena come Ariel Garcìa Valdés, completo rosso mefistofelico con giacca lunga un po' eduardiana, costretto spesso a una posizione di difesa acquattato nell'ombra ma pronto alla zampata ferina. Non dimenticano di essere entrambi coinvolti in una recita come riscontrano loro stessi, perfettamente consapevoli però che in fondo li aspetta la morte che in realtà li ha già catturati. E ben consapevole di questo riflesso funereo è il gran gioco con cui Bob Wilson ci conquista con questo capolavoro.
(da "la Repubblica", 14 dicembre 2006)