I sogni di uno straniero nella dolcezza del figlio
Alessandro Gassman cattura e commuove in uno spettacolo che ha la verità della vita

di Franco Quadri


Per fortuna in un teatro che si trascina stancamente rimontando i soliti classici a volte emerge ancora qualcuno che sa scoprire nuovi testi con felice fantasia inventiva. Alla sua terza regia Alessandro Gassman, da poco assurto alla direzione del Teatro del Veneto, ha scelto a sorpresa di aprire la sua nuova stagione proponendo un lavoro sulla vita degli emigranti cubani nel Sud Est degli States, scritto negli anni Ottanta da Reinaldo Povod e recitato a Broadway da Robert De Niro. Tradotto e adattato da Edoardo Erba, quell’originario Cuba and His Teddy Bear è diventato Roman e il suo cucciolo, convertendosi in una storia più nostra di romeni immigrati e altri clandestini italianizzati che si esprimono in un ritmico romanesco dalle cadenze balcaniche brillantemente elaborato dalla troupe nei mesi di prove. Ma nella scena di Gianluca Amodio – che condensa abilmente in un unico ambiente diverse stanze, le scale e qualche spazio esterno con passaggi di macchine, grazie all’uso di specchi e di video come nel precedente La parola ai giurati – il pubblico viene calamitato nella quotidianità casalinga in cui convivono il padre sui quaranta quasi analfabeta incarnato da un Alessandro Gassman col volto annerito da baffi e barba, che vive spacciando droga e sogna per il suo ragazzo adolescente, nato da un’italiana e felicemente incarnato da Giovanni Anzaldo, un futuro  evoluto, senza però arrivare a una vera confidenza con lui, che si sente diverso, né comprenderne le ingenue ambizioni letterarie e neppure sospettarne le tentazioni di sperimentare nelle proprie vene la droga in vendita che gira per casa, dove tra l’altro convive con loro una specie di goffo socio passivo del padre, al quale Manrico Gammarota presta una carica di ironica bonomia. Ma altre presenze fantasmatiche, reduci a loro volta dal crollo di un regime o appartenenti a diverse periferiche etnie, si aggirano tutt’intorno e raccontano le loro giornate fitte di espedienti, magari anche instillando nel ragazzino voglie pericolose. Tutta la prima parte dello spettacolo è strepitosa per la verità palpabile, anche se non sempre espressa, della tragedia che si sviluppa sotto i nostri occhi, tra le risate, sfacendosi insieme alla lingua che ci cattura con le sue cadenze, tra rumori spezzati e luci fatiscenti, insieme alle musiche originali di Pivio&Aldo De Scalzi, catturando lo spettatore teso a crearsi la sua verità con qualche senso di colpa in questa Roma città di nuovo aperta, rivisitata attraverso un linguaggio con un sapore immediato del presente inedito per il nostro teatro, mentre evoca problemi che ci appartengono e spesso ci dividono grazie alla capacità di una discussione condotta attraverso l’accavallarsi di sentimenti e di situazioni narrate di come noi le viviamo, non espresse cioè solo attraverso le parole, ma raggiungendo la verità attraverso l’espressione visiva e sensitiva della nostra contemporaneità nel suo farsi. Ed è quindi inevitabile che questa serata così calcata sulle contraddizioni del nostro quotidiano debba condurre al nero assoluto di un epilogo sconvolgente per la dolorosa, assoluta negatività che è propria delle situazioni irresolvibili e non poteva essere risolto altrimenti da uno spettacolo che deve la sua assoluta riuscita al senso di verità che ci fa respirare a cominciare dalla presenza degli attori che ha il sapore della vita più che di quella che si suole chiamare recitazione.

(da "la Repubblica", 27 marzo 2010)

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