“Patalogo
27”, nel Corpo del Teatro del 2004
Maria
Grazia Gregori
Atteso
tutti gli anni dai suoi molti fans è apparso puntuale in libreria
il Patalogo 27, annuario, viaggio, vademecum, indagine, analisi,
di tutto ciò che è teatro colto in ogni sua forma e linguaggio.
Costruito come sempre su informazioni di prima mano, su di un archivio
portentoso, Il Patalogo, che in ventisette anni non ha mai
solo documentato l'esistente ma spesso anticipato le linee di una riflessione
di là da venire per non parlare dei modi e delle mode, pone sotto
la sua provocatoria lente d'ingrandimento un tema indagato a tutto campo
in più voci ed esempi che porta il titolo “Per esempio,
il corpo e la parola” curata da Franco Quadri (che è anche
il direttore editoriale della pubblicazione) e da Renata Molinari: un'analisi
sul tragico e sull'utopia che si riflette nella parola, che si realizza
nel corpo dove il trasgressivo Jan Fabre può stare accanto a
Bob Wilson, l'indagine sulla classicità di Luca Ronconi accanto
a quella di Peter Stein e di Teatrino Clandestino, il Pasolini dei Motus
e di Fabrizio Gifuni (con Giuseppe Bertolucci) accanto a Heiner Müller
ed Egumteatro. Ma la riflessione sul tragico, oggi, 2004, in Italia,
travalica l'analisi estetica per farsi dramma del quotidiano che ha
per protagonista un teatro come il nostro, spesso senza memoria, degno
figlio di una società che l'ha perduta per strada. Altro che
tempi affluenti. Per il teatro questi sono tempi duri e non solo per
la mancanza di denaro, per le ottuse decurtazioni ministeriali che spesso
rendono impossibili anche i progetti più ambiziosi e titolati:
figurarsi cosa succede a chi deve battersi ogni giorno per affermare
la propria dignità, il proprio diritto all'esistenza. In tempi
in cui la cultura, il progetto, l'arte rischiano di diventare l'ultima
ruota del carro l'imperativo categorico è quello di fare immagine
e non certo un lavoro profondo, utile (e artistico) ma ahimè
forse troppo “segreto” nei suoi risvolti mediatici. Il Patalogo
27 riflette su tutto questo dando ampio spazio alla ricerca di
un teatro giovane al quale viene riconosciuta la medesima dignità
dei grandi risultati della scena internazionale.
Naturalmente c'è, come sempre, quella formidabile massa di dati
che fanno di questa pubblicazione uno strumento indispensabile per gli
appassionati di teatro ma anche per i curiosi della scena nell'ottica
di quella che fin dall'inizio è stata la sua scelta vincente:
poche chiacchiere e molti fatti, tutti raccolti in un ideale archivio
della memoria. Ma accanto ai dati, agli approfondimenti sempre provocatorii,
alle analisi, alle voci dei protagonisti e della critica, degli orga¬nizzatori
e degli artisti, ai festival e al ricordo di chi non c’è
più, a venire in primo piano, oggi come non mai, è essenzialmente
l'orgoglio, la passione per il teatro, purtroppo costretto dai media
al ruolo di ancella della televisione delle sgallettate, del cinema
e dei concerti rock. Un teatro che sa tenere la schiena diritta anche
davanti al potere come ha sempre fatto da secoli.
Il
Patalogo 27
Ubulibri, pagg 348, 55 euro
Larve
nel cortile di Scimone
di Guido Davico Bonino
Insieme a Pippo Delbono, che col suo Urlo ha
raccolto entusiastici consensi l’estate scorsa dalla Sicilia (Orestiadi
di Gibellina) alla Francia (Festival d’Avignone), il messinese
Spiro Scimone si sta imponendo tra Italia, Belgio e Francia (è
in questi giorni al Festival d’Automne di Parigi) con l’ultimo
suo dramma Il Cortile, di cui è autore e coprotagonista.
Lo ha pubblicato, con la consueta encomiabile tempestività, Ubulibri,
che aveva già raccolto in un unico tomo Nunzio, Bar,
La festa, cioè i tre precedenti drammi di questo singolare
e originale scrittore e interprete teatrale. Il Cortile, che
gli spettatori del Festival delle colline torinesi hanno potuto apprezzare
a luglio a Moncalieri (a fianco di Scimone vi recitavano Francesco Sframeli
e Nicola Rignanese, la regia è di Valerio Binasco), è
un atto unico, che paga indubbiamente un qualche tributo a due giganti
della scena contemporanea quali Samuel Beckett e Harold Pinter, ma s’impone
alla lettura per un suo registro stilistico e per una sua tonalità
espressiva, che appartengono solo al suo autore.
In una sconcertante e di per sé assai scostante ambientazione
scenica, una montagna di immondizie, degna di qualche desolante suburbio
della più povera metropoli sudamericana (la scenografa Titina
Maselli vi sovrappone schegge di mobilio e porte sgangherate, a suggerire
tra quelle pareti una cunicolare “altra città” suburbana),
due relitti d’individuo, Peppe, sconciamente bendato e lordo di
sangue, e Tano, sul volto occhiali sfondati, e rabberciati col nastro
adesivo, inseguono caparbiamente “una trama concisa di domande
affannose e di risposte che non spiegano”, come ha osservato finemente
Franco Quadri nella sua veste di prefatore. Tutto dunque farebbe pensare
a Valdimiro e Estragone in ventiquattresimo o, se si preferisce, a Rose
e Kidd de La stanza (1960) di Pinter. Non vorrei apparire stonato o,
quel che è peggio, terribilmente fuori moda se dico che questo
è, invece, un testo profondamente politico: e non della politica
politichese, ma di quella “metafisica”, come lo sono, si
parva licet, Il processo e Il castello di kafkiana
memoria (semmai, per restare nei più angusti confini di casa,
come lo erano alcuni testi teatrali del dimenticato Dino Buzzati).
Peppe e Tano sono, anche a nome nostro, le vittime di un potere, che
per essere invisibile, non è meno oppressivo (e con loro, e ancor
più di loro, è un terzo uomo-lombrico, che appare strisciando
a metà copione, designato come Uno: “Se grido do fastidio
e loro non sopportano a quelli che gli danno fastidio…”).
I tre uomini-relitto hanno solo più la voce per parlare (ecco
perché così eccessivamente vociferano), ma “tra
un po’ anche la voce si prenderanno”: dopo aver servito,
col vile ossequio dei sempre perdenti, il Potere, si sentiranno dire
che non servono più a nulla: e già il bilancio della loro
pregressa esistenza di coatti è della più nera cupezza:
“Quali sono stati i giorni di pace quest’anno?” “I
giorni in cui non ci hanno preso a bastonate”.
L’incubo della fame, su cui è scandita l’ultima e
bellissima sequenza del dramma (“Hai bussato a qualcuno?”
“Ho bussato a tutti… Quelli che mi hanno aperto la porta,
non hanno più niente da mangiare” “E gli altri?”
“Gli altri non mi hanno aperto la porta”), è evidentemente
metaforico, ancorchè questo flagello stia decimando, come tristemente
sappiamo, intere aree del globo: è l’incubo della più
triste e colpevole nequizia, che stà avvelenando i primi anni
di questo triste e colpevole Terzo Millennio: la perdita d’ogni
profonda e sincera solidarietà, a dispetto della commozione tutta
estrena, che sentiamo il dovere di esternare dinanzi alle quotidiane
sventure dei nostri simili.
(La Stampa, 23 ottobre 2004)