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Hans-Jürgen Syberberg Hitler, un film dalla Germania Nuovo Cinema Tedesco, a cura di Giovanni Spagnoletti pp. 304, ill., € 5,00 (+ spese di spedizione) |
Sei ore di durata, acclamato all’uscita come miglior film dell’anno, occasione di scandalo per l’opinione pubblica tedesca, precocemente inserito nella storia del cinema dai maggiori critici internazionali, Hitler, un film dalla Germania è il discusso e geniale capolavoro di un individualista aldilà di ogni etichetta, legato più a Wagner e a Fritz Lang che alla scuola “ufficiale” del nuovo cinema tedesco. E da questo punto di vista, ogni approccio critico rimane spiazzato o insufficiente: provocazione, apologia o lucida autocritica? Film irrazionalista, emancipatorio o radicalmente privato? Kitsch sofisticato, simbolismo o neo-surrealismo? Hitler è innanzitutto un film su un uomo e su un paese, la resa dei conti di un artista tedesco con la propria storia e identità nazionale. Ma Hitler è anche un libro scritto e voluto da Syberberg, trascinante e fantastico come un romanzo tra la Storia e il Mito. Trecento fotogrammi ci catapultano nello sfrenato immaginario visivo dell’autore, che si svela in prima persona nel suo lungo saggio introduttivo: “L’arte come salvezza dalla miseria tedesca”. Hitler, archetipo del Male o del tramonto dell’Occidente, si reincarna, nell’interpretazione del regista tedesco, in una quantità di doppi contemporanei, in proiezioni e introiezioni, Charlot, Ludwig di Baviera, marionetta e demone, in tutti noi, figli o nipoti dei “tempi bui”.
Un libro anomalo e importante, completato dalla filmografia aggiornata del regista. Una spedizione archeologica alla ricerca del disagio del nostro secolo e insieme un’avventura nella tradizione visionaria del cinema, da Méliès all’espressionismo, dai Nibelunghi a Apocalypse Now e, in una diversa prospettiva, “da Caligari a Hitler”.
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