Recensioni
I
segreti dei grandi
"Sontuoso
libro quadro al servizio di un film discusso, non si limita a riportare
la sceneggiatura del film con fotografie (splendide) ad accompagnare
storia e dialoghi. In un certo senso qui Bertolucci fa i conti per
intero con la 'nostalgia canaglia' per la formidabile stagione della
rivolta, a partire dalla simpatica autoironia con cui commenta le
sue foto al Lido col pugno chiuso. Lo sceneggiatore Gilbert Adair,
dal canto suo, racconta la metamorfosi del proprio romanzo diventato
carne e spirito per lo schermo. Dopo il testo del copione, il diario
di bordo della lavorazione (firmato dal curatore) e una bella conversazione
a tre, tra regista, scrittore e Gerard, sul '68, la nouvelle vague
e maggio gioioso. Infine, la cronologia del decenio '59-'69 e disegni
d'epoca. Forse una conclusione un po' troppo succinta, pensiamola
come un 'aperitivo' di saggio che l'Ubulibri potrebbe sviluppare
altrove."
Massimo Lastrucci (da "gennaio", 2004 N. 1)
Maratona
di New York e altri testi
"È
la prima raccolta antologica di testi teatrali dello scrittore lombardo.
Contiene cinque lavori scritti nello spazio di un decennio, dal
1991 di Maratona di New York al 2002 di Senza Hitler
e quindi si può ritenere esauriente, anche se non esaustiva
poiché qualcuno, come me, potrebbe lamentare l’assenza
di un testo interessante come Vizio di Famiglia. La raccolta,
aldilà di personali considerazioni, appare comunque sufficiente
a che ogni lettore sia in grado di percepire un filo rosso unificatore
nelle, o meglio al di sotto delle, scritture di Edoardo Erba e di
rintracciare, quindi, una sorta di ipotesi insieme poetica e drammaturgica,
se non esistenziale, intorno alla quale le singole 'storie' sono
costruite. Si badi bene, ogni racconto o vicenda, ogni singola drammaturgia
conserva sempre una sua indubbia originalità che è
il frutto di una grande facilità anzi, pur in sottotraccia,
spontaneità della scrittura di Edoardo Erba. È una
spontaneità che si intravede, o pervade la cura quasi maniacale
per la struttura testuale, costruita spingendo all’estremo
gli elementi di descrizione fin quasi ad una iper-realtà
che si ribalta suo malgrado nella allusione e nella suggestione.
Ciò che importa è che, al di sotto dei testi, si legge
una struttura drammatica univoca, un denominatore ripetuto in cui
la volontà di controllare e interpretare situazioni e vicende
che si mettono in moto, sono messe in moto quasi per forza propria,
viene appunto ribaltata dall’irrompere nella vicenda di un
elemento di sorpresa, attorno al quale, peraltro, l’intera
vicenda drammaturgica pare essere stata sin da subito costruita.
Questo potrà essere la morte già avvenuta eppure ancora
inconsapevole e inaspettata, o un improbabile disastro ecologico
che dà sostanza ad un sogno, ovvero l’improbabile presidente
che rovescia una ordinaria catena di comando, o un mostro antropofago
che ridona la vita a chi vive da sempre morto, oppure un ignobile
ma banale rapporto sado-maso proiettato ed esaltato sullo sfondo
di dimensioni parallele. Il lettore, mi auguro con suo piacere,
ritroverà e scoprirà nei singoli lavori di questo
bel libro le nostre misteriose anticipazioni ma, ne sono certa,
non avrò rovinato il gusto della scoperta perché,
mi sembra, l’abilità dell’autore sta proprio
nel far apparire queste 'sorprese' come quanto di più adeguato
e naturale possa accadere alle sue storie e ai suoi personaggi.
È un libro che si legge con molto piacere, pur essendo una
raccolta di testi teatrali, poichè l’attenzione di
Edoardo Erba per la sua scrittura, per il linguaggio, che dà
veste letteraria ad una koinè molto diffusa soprattutto al
nord e tra le generazioni più giovani riscattandola da una
stretta veste asettica e televisiva, rende la stessa lettura una
sorta di anticipazione della messa in scena, quasi volesse risolvere
in essa proprio la stessa messa in scena. Ma è anche una
raccolta di testi di cui si intuisce la possibilità di una
forte resa teatrale che ne possa completare il senso innervandola,
e darle sangue proiettandola proprio nelle tre dimensioni della
scena. Il libro è corredato dalla introduzione di Franco
Quadri che, lo dico a titolo di ultima notazione, sente il bisogno
di difendersi da accuse di tradimento per aver sostenuto un autore
che rivendica primaria importanza al testo. Questo è il segno
che forse anche i nuovi autori e drammaturghi come Edoardo Erba
non sono così lontani dalle innovazioni delle post-avanguardie."
Maria Dolores Pesce (da "www.dramma.it",
6 febbraio 2004)
il
Patalogo 26
Il
Patalogo 26. Annuario 2003 del teatro
"Ha
ventisei anni questa piazza del teatro italiano dove ogni anno si
ritrovano insieme, grazie alla premura e alla tenacia di Franco
Quadri, molti dei protagonisti della scena. Come ormai sanno tutti
gli spettatori fedeli e i critici di professione, il volume raccoglie
i dati, le notizie e gli abstracts della stagione trascorsa,
a vantaggio della memoria presente e anche di quella futura. A partire
dal 1979, anno della prima apparizione del Patalogo, si può
dire che lo studioso di teatro e lo storico dispongano di un archivio
d'impareggiabile valore; in un'epoca come la nostra, effimera quasi
per necessità, non è ricchezza di poco conto. Basta
guardare quello che è stato scritto sul teatro nostro quasi-contemporaneo
(quello della seconda metà del ’900) per scoprire che
non si è andati molto oltre le fumisterie di gran parte dell'accademia
o l'improvvisazione, talvolta servile, della critica quotidiana.
Franco Quadri – il cui gusto non sempre riesco a condividere
– ha invece reso un servizio straordinario al presente e alla
storia del teatro con questa sua creatura, fornendo a ricercatori
e studiosi, ma anche a semplici passanti, più informazioni
che chiacchere, più sostanza che fumo: il che significa costituirsi
come fonte di primaria importanza per la storia dello spettacolo,
aldilà delle proprie e delle altrui (quando ci sono) idee
teoriche. In realtà, costituendosi a fonte primaria del teatro
italiano, questo strumento di lavoro costruisce anche – come
tutte le fonti – un teorema indiziario fortemente orientato.
Ma non tanto da stravolgere i diversi punti di vista. Le voci che
si accampano (degli artisti come dei recensori, degli organizzatori
e dei critici) per quanto selezionate mantengono le caratteristiche
variegate che sono proprie della comunità che popola i nostri
teatri. Indizio di una vitalità che il potere politico vigente
non riesce suoi malgrado a deprimere.
Particolarmente interessante, in questo numero, la sezione 'Scrivere
e riscrivere', dedicata ad alcune figure, come si suole dire, emergenti:
Ascanio Celestini, Davide Enia, Emma Dante, Fausto Paravidino, Danio
Manfredini, Daniele Segre e Letizia Russo, ai quali si aggiunge
il meno sommerso di tutti, Paolo Rossi. Anche qui il mosaico di
testimonianze e scritti fornisce un profilo assai dettagliato di
una nuova drammaturgia fondata sul prevalere dell'attore e dello
scrittore (della riscrittura, anche di seconda e terza mano) rispetto
a quell'animale in via di estinzione che è il regista-autore.
A più tradizionali e consolidati monumenti del teatro novecentesco
(Brecht, Testori, Eduardo, Mnouchkine, Müller, Koltès)
sono dedicate altre pagine del volume. Colpisce, a chiusura dell'illustratissimo
libro, la lunga processione di obituaries nella sezione
'Fin de partie', affettuose e talvolta commosse righe dedicate agli
scomparsi dello spettacolo e della cultura, un piccolo sacrario
della memoria laica che rende onore a uomini e donne che senza inalberare
nessuna stupida bandiera vissero, più o meno felicemente,
d'arte. E senza inni."
Siro Ferrone (da "www.drammaturgia.it")
Il Patalogo 26, l’annuario
del teatro e delle nuove tendenze
“Il Patalogo 26 è un appuntamento fisso per gli amanti
del teatro, è un po’ la Bibbia di quanto è accaduto
sulle scene nostrane e non solo. Il volume ha il suo clou nella
sezione speciale intitolata quest’anno ‘Scrivere e riscrivere,
l’invenzione e la memoria’, con una riflessione critica
sulle nuove tendenze del teatro. Si interroga sui nuovi, sulle riscritture
di classici, sottolineando il nesso tra invenzione e memoria. Hanno
particolare rilevanza - come viene evidenziato da Renata Molinari
- il romano Ascanio Celestini, il ‘cantastorie’ per
eccellenza; il siciliano Davide Enia; Emma Dante, che passa dalle
guerre della storia a quelle di ogni giorno nella famiglia; Fausto
Paravidino, che parte dal modus vivendi dei giovani e dagli episodi
tragici della società italiana per provocare e riflettere.
Sono questi alcuni dei nomi che compaiono nel Patalogo
e fa piacere averli incontrati in terra cremonese nel corso dell’anno.
Non mancano poi contributi dedicati al decennale dalla morte di
Giovanni Testori. Non mancano poi toni ‘polemici’ come
la riflessione sulla lettura necessaria dei grandi classici. Come
si interpreta Eduardo De Filippo: secondo l’antica tradizione
come fa il figlio Luca con la regia di Francesco Rosi in Napoli
Milionaria!, o portandolo verso di noi come fa Toni Servillo
nella sua premiatissima edizione di Sabato, domenica e lunedi.
Interrogativi e documenti che danno conto di una vivacità
raccontata come sempre in Patalogo, edito da Ubulibri.”
Nicola Arrigoni (da “La Provincia di Cremona”, 11
dicembre 2003)
Epitaph
Su il sipario, la Socìetas Raffaello
Sanzio recita il proprio epitaffio
Un libro di fotografie e brevi saggi documenta
e suggella l'esperienza oltre-limite, radicale e mobilissima, della
compagnia teatrale di Cesena
“Immagini che si sovrappongono alle immagini, un fluire impietoso
di menomazioni, infanzie, torture, animali, paesaggi quasi mai idilliaci
ma illuminati da luci gelide, da obitorio. Un libro di foto, all'apparenza.
In realtà Epitaph, uscito per i tipi di Ubulibri
(in italiano e in francese con il contributo di Odéon Théâtre
de L'Europe, del Festival d'Automne di Parigi e del Festival Romaeuropa),
a firma di Romeo Castellucci, leader del gruppo, è un'autobiografia
della Socìetas Raffaello Sanzio pensata per assonanze più
che per cronologie. Un viaggio nel buio che rifiuta i punti di arrivo
quando non i punti fermi. È un'orgogliosa dichiarazione d'identità
più che di stile, l'immagine di un teatro della malattia,
che sola rende ‘santi’ perché spesso conduce
alla morte, del gesto estremo, della figuratività barbarica.
Letti di contenzione, strumenti di tortura, anoressia, laringotomia,
mastectomia, malattie comportamentali, resti di animali, figure
in croce come in un delirio blasfemo di Derek Jarman ma senza la
sua estenuazione, organi sanguinolenti, sangue vero e sangue finto,
nudi per nulla provocatorii ma terribili a vedersi, prove di destrezza
e disagio psicologico a cominciare da quello per la parola da reimparare
a compitare. E, a confronto di tutto questo, contro tutto questo,
accanto a tutto questo, figure di bambini innocenti, luoghi candidi
dove, in realtà, è possibile compiere i delitti più
efferati, fiabe terribili e angosciose, immagini bucoliche di una
società agreste vissuta sulla porta di casa, in una grande
famiglia contadina dove l'uomo, la natura e l'animale sono abituati
a vivere in simbiosi.
A guidare come il filo nero di un delirio barocco questo teatro
nel suo farsi, c'è sicuramente la trasgressione, la manipolazione
(più estetica che morale, però), il fascino del non
umano, la ricerca della regressione psichica, la feroce coincidenza
degli opposti che va dal massimo di emozioni al massimo di cerebralità,
ma anche una spinta quasi religiosa che tende a inglobare tutto
ciò che ci circonda: uomini, animali, natura dove anche l'orrore
più grande - mai giustificato! - trova un suo senso, una
sua collocazione. E c'è la voglia, questa sì tutta
autobiografica, di due coppie di fratelli, Claudia e Romeo Castellucci,
Piero e Chiara Guidi, di rifondare non solo l’idea, ma la
pratica stessa del teatro senza mai porsi una meta, da veri, avventurosi
viandanti perennemente in movimento.
Nel libro scorrono senza soluzione di continuità immagini
che parlano da sole, mangiandosi tutte le parole, attraverso l'ossessiva
presenza dei corpi: l'Amleto di Paolo Tonti sul letto di contenzione,
la maschera di cuoio sul volto di Masoch, il Coniglio Corifeo dell'Orestea,
un'Elettra obesa, Caino Circondato dai cani, il teatro Khmer fra
fango e soffioni d'acqua, cinghie per apprendere, strumenti per
torturare, immagini di corpi enfiati e tumefatti, Caino sdraiato
sul corpo di Abele morto… Immagini che impongono un confronto
con i diversi modi attraverso i quali il gruppo ha deciso, fin dai
suoi inizi, di confrontarsi con la scena: idolatrandola, distruggendola,
percorrendola, riedificandola nella sua assoluta necessità,
nel rifiuto più totale del realismo e, talvolta, nella fissità
metafisica. Alla ricerca di un teatro che si afferma per tormento,
un'apoteosi di visionarietà e di forza, un teatro della crudeltà
e della diversità, del culto del corpo e della sua distruzione,
che non teme il confronto e neppure una grottesca ironia, portato
avanti sempre nell'attenzione per la forma.
Epitaph, che può contare sulle riflessioni di Franco
Quadri, Frie Leysen, Alena Read, Cristina Ventrucci come su di un'ideale,
dialettica introduzione e sulle foto di Luca Del Pia, Gabriele Pellegrini,
Fabio Sajiz, Francesco Raffaelli, Cristiano Carloni e Stefano Franceschetti,
Pascal Gely, Patrizio Esposito, Monica Biancardi, al contrario degli
altri libri pubblicati sulla Socìetas Raffaello Sanzio, non
è un libro aperto, ma di chiusura. Intende cioè mettere
la parola fine a circa vent'anni di lavoro portati avanti da questo
gruppo che, immergendosi senza riserve nel teatro, ha cambiato molte
pelli, molte vite per affrontarne ora altre, non sappiamo quali,
anche se forse qualche idea in più è ora possibile
farsela all'interno delle manifestazioni dedicate alla Raffaello
da Romaeuropa a partire dal 15 novembre: film, video e la presentazione
del settimo episodio della Tragedia Endogonidia, spettacolo
a puntate pensato come un vero work in progress che occupa il gruppo
cesenate dal 2001 e che si concluderà proprio a Cesena nell'ottobre
del 2004, dove nessuna ‘puntata’ è uguale all'altra,
perché è il rapporto con le città a determinare
la differenza fra gli spettacoli. Una tragedia del futuro presente
in ogni molecola della materia, che abbandona la sicurezza del testo
per gettarsi nel mare aperto della forma con la volontà di
mescolare i saperi. Il resto è silenzio.”
Maria Grazia Gregori (da "l'Unità", 17 novembre
2003)
Scene
madri al contrasto
“Epitafio
è, secondo l'etimologia, il discorso celebrativo tenuto sulla
tomba di un defunto. Atto retorico per eccellenza. E non sempre
innocente. Ricordate il più celebre epitafio teatrale, il
discorso di Antonio sul corpo di Cesare trafitto dalle pugnalate?
L'inizio è un tono sotto. Amici, romani, concittadini, vengo
a seppellire Cesare, non a lodarlo. Giacché naturalmente:
Bruto è un uomo d'onore, an honourable man. E così
gli altri congiurati, tutti uomini d'onore. Ma poi è un crescendo:
se avete lacrime, ora preparatevi a versarle. Non è tanto
innocente nemmeno la scelta di Romeo Castellucci e della Socìetas
Raffaello Sanzio di titolare Epitaph il volume di immagini che ripercorre
quindici anni della loro prodigiosa avventura teatrale. Enfatizzata
dalla maschera mortuaria che campeggia sulla copertina quadrata,
enigmatica prima ancora che tragica. Dunque, ci dicono, una celebrazione
in morte del teatro fatto, di un repertorio ormai consumato, che
porta per converso a esaltare l'immediatezza del teatro vivente.
Non per caso il volume sembra fissare un nuovo inizio, tagliando
fuori i primi cinque anni di lavoro della compagnia e prendendo
invece la mossa da Santa Sofia, lo spettacolo che a metà
degli anni '80 mescolava l'evocazione della celebre basilica bizantina
di Costantinopoli al desiderio di radicalità di un ipotetico
‘teatro khmer’, esplicito richiamo a una delle più
sanguinose utopie di rigenerazione del '900. Teatro estremista,
dichiaratamente iconoclasta, cioè alla lettera distruttore
di immagini, che metteva in scena insieme Pol Pot e Leone III Isaurico,
l'imperatore d'oriente che nell'ottavo secolo diede il via al movimento
dell'iconoclastia. Non è solo la paura dell'artista di rivedersi
fissato in un'immobilità cui sui non ha più il potere
di intervenire. È la rivendicazione piena dell'irriproducibilità
dell'atto teatrale, momento unico destinato a restare solo nella
memoria di chi vi ha partecipato.
Non storia, né autobiografia. Non è l'aspetto documentario
ciò che interessa in Epitaph, per quanto sia innegabile la
suggestione esercitata sulla memoria. Non è infatti semplicemente
una successione di immagini di scena, quella montata nel volume
con sicuro gusto figurativo. Accostate con la stessa attenzione
alla dialettica degli opposti con cui, nei loro spettacoli, un atto
di luminosa chiarezza viene dopo un atto immerso nell'oscurità.
Dove pagine piene si alternano a improvvise spezzature, a sfocature
e velature nebbiose, a sequenze di dettagli anche minuti, a inserti
spiazzanti come le anonime immagini pornografiche ridotte però
a dimensioni minuscole, praticamente illeggibili, tangibile provocazione
nei confronti del voyeurismo del lettore/spettatore. La forza evocativa
prevale sempre sul contenuto informativo.
A emergere sono comunque i momenti cardinali di un percorso scandito
tematicamente piuttosto che seguito nella sua cronologia. Come l'Amleto
duro e sgradevole inscenato nel fragore di una schiera di macchine
elettriche, vero punto di volta nel tragitto artistico della formazione
cesenate, una decina d'anni fa. Un solo attore in scena, ridotto
alla condizione di un bambino autistico, vestito di nero, ma in
calzoncini corti e maglietta con la zip, in mano una pistola da
cui partono a ripetizione colpi fragorosi che scuotono il luogo
in cui è rinchiuso, un ring di vecchie macchine industriali
che dialogano rumorosamente con il protagonista. Fissato in una
sorta di stupore estatico, che a tratti lo lascia ‘a boccaperta’
come il santo Giuseppe da Copertino caro a Carmelo Bene. Non vola.
Inciampa e cade. Si tortura il corpo. Dialoga con gli animali di
pezza che ha eletto a simulacri della sua famiglia: il padre è
un orsacchiotto da prendere a calci, mentre Ofelia può essere
a turno una vecchia bambola parlante o una parrucca. Salta sulla
rete metallica, che sta al centro dello spazio e poi, collegata
al circuito elettrico, andrà a fuoco sfrigolando nel buio
con un'immagine memorabile, tradotta sulla pagina in pittorica striatura
luminosa su fondo di ombre rosse e nere.
Un Amleto tutto dalla parte dei figli, dalla parte di chi si trova
di fronte a un'eredità mortale, e può negarla solo
attraverso la malattia, la regressione infantile, il rifiuto di
crescere. È il dubbio ‘amletico’ in cui si blocca
il figlio di Agamennone e Clitemnestra nell'Orestea, costretto a
uccidere la madre da un braccio meccanico che gli impone il gesto
omicida; o il dramma di Bruto nel Giulio Cesare, che trova sfogo
solo nello svuotarsi del corpo nell'anoressia, per restare alle
successive magistrali creazioni della Socìetas.
Lontano da un'impossibile filologia, Castellucci scava nella essenzialità
del rito originario della tragedia greca, nella danza dionisiaca
intorno al capro sacrificale che a un certo punto diventa citazione
letterale, quando al centro della scena viene issato il corpo di
un animale sventrato, simulacro tragico del re Agamennone ucciso,
reso ancora pulsante di vita meccanica da un flusso intermittente
di aria compressa, nell'oscurità fragorosa di uno spazio
da archeologia industriale che poi si rovescia figurativamente in
un deserto lunare bianco e polveroso e in un silenzio privo di gravità,
in cui avanzano Oreste e Pilade. Uguali nei corpi magrissimi dipinti
di bianco, come due clown glaciali. Così come, e inversamente,
il dramma di Shakespeare trapassa dallo spazio chiaro e geometrico
della retorica al buio di un teatro in rovina in cui si inscena
la cerimonia demoniaca di un duplice addio alla vita.
Teatro di corpi, a volte con scandalo di qualcuno. Disturbante proprio
perché lontano da ogni provocazione impone lo scandalo vero,
agli occhi delle convenienze estetiche, di un reale vissuto. Castellucci
è forse l'artista che più di tutti ha profondamente
fatta sua la crudeltà profetizzata da Antonin Artaud. Corpi
di debordante obesità o di una magrezza quasi insopportabile
alla vista, le due giovani anoressiche che incarnano la fragilità
di Bruto e Cassio. Corpi che hanno ali ma non braccia, e voci che
escono da una gola priva di corde vocali. La regalità innocente
di Agamennone avviato al macello che si presenta con la spigolosa
dolcezza di un ragazzo down. La biblica Eva di Genesi, nuda e mutilata
di un seno, ricalcata sulla posa dolente del dipinto di Masaccio
alla cappella Brancacci, che porta in scena irreversibilmente il
dolore dell'umanità. Per contrappunto, in quest'ultimo bellissimo
spettacolo è l'immagine all'apparenza più innocente
quella che può rivelarsi più atroce, giacché
maschera l'orrore con una pelle d'agnello: sono infatti giochi di
un gruppo di bambini in veste di cuffietta bianca, usciti dal paese
delle meraviglie di Alice, a rappresentare il luogo dal nome impronunciabile
di Auschwitz.
L'epitafio si chiude qui, nel fuoco del crimine originario su cui
si fonda l'umanità, il gesto fratricida di Caino che si compie
nel silenzio di un pietroso deserto rosso, e dopo il pensiero del
lager sembra quasi un atto d'amore. Fuori dalle pagine del libro,
il teatro della Socìetas torna a essere un atto vivente,
in una reinvenzione della tragedia che non prevede più repliche.”
Gianni Manzella (da "Alias", in "il manifesto",
25 ottobre 2003)
Tragiche
marionette viventi
La ricerca della Socìetas Raffaello Sanzio illustrata
attraverso le immagini
“Non
è certo una rassicurante strenna patinata il bellissimo volume
fotografico che la Ubulibri dedica al lavoro della Socìetas
Raffaello Sanzio: teso e inquietante sin dall'immagine in copertina,
che riproduce una misteriosa maschera funebre, il libro offre un
abbacinante itinerario in incredibili abissi di angoscia e di agonia,
un convulso concentrato di corpi torturati, corpi deformi, corpi
obesi e anoressici, corpi mutilati che rendono gli attori simili
a tragiche marionette viventi, e poi ambienti desolati, sinistre
apparizioni, enigmatici incontri tra uomini e animali, paesaggi
onirici dove persino i bambini sembrano come sospesi su un'ambigua
frontiera tra il gioco e l'oscuro rito primordiale.
Anche se la ricognizione procede secondo un rigoroso ordine concettuale,
che raggruppa per cicli, per blocchi tematici, per direzioni complessive
di ricerca gli spettacoli del più estremo e in qualche modo
del più definitivo tra i gruppi di punta della scena italiana
contemporanea, è evidente che i materiali raccolti trascendono
in questo caso qualunque fine di mera e oggettiva documentazione:
la scelta, la qualità stessa di queste foto che paiono arrivare
dai palcoscenici di un altro pianeta, i criteri del loro accostamento
fanno pensare piuttosto alla trasposizione in un'altra dimensione
linguistica di quel substrato biologico, anatomico, viscerale che
suggestiona e alimenta di continuo il fibrillante immaginario della
formazione romagnola.
Poche testimonianze consentono anzi quanto questo libro una sintesi
folgorante o una sorta di percezione sincronica dei tratti dominanti
che contraddistinguono il teatro di Romeo Castellucci e Chiara Guidi:
un teatro fatto di terra, di sangue, di spermatozoi, di totem ancestrali,
di voci alterate dalla laringectomia, che qui impetuosamente si
riassume in tutta la sua natura intimamente fisiologica, avanguardistica
e primitiva, densa di elementi mitici, esoterici, sacrificali, di
radici contadine e gelide invadenze paleo-tecnologiche, nella spasmodica
tensione a una bellezza che scavalchi il bello, che conferisca lo
splendore buio di un'insondabile sacralità alla menomazione,
alla malattia, al disfacimento.
Ma c'è qualcosa, in questa progressione visionaria, che va
oltre la cifra estetica di una singola compagnia, per quanto emblematica,
e investe quei lati ‘neri’ della creazione che - da
Artaud a Kantor - attraversano l'intero '900: a emergere qui con
singolare efficacia è un teatro che travolge i propri confini
formali per calarsi nel magma dell'inconscio. Che si lascia alle
spalle la drammaturgia per farsi specchio interiore di fantasmi
collettivi. Che sempre più tende a sostituire la convenzione
rappresentativa con frammenti di realtà, dolore vero invece
di astrazioni simboliche, e il mondo ridotto ai suoi elementi primari,
cibi, liquami, fluidi organici, come attesta un vasto fronte che
svaria da Rodrigo García a Pippo Delbono.”
Renato Palazzi (da "Il Sole-24 ORE", 21 dicembre 2003)
Un
epitaffio per la Raffaello Sanzio?
“Arriva in libreria Epitaph, una coedizione Ubulibri-Les
Solitaires Intempestifs, ovvero un viaggio per immagini nel percorso
della Socíetas Raffaello Sanzio curato da Romeo Castellucci
(con brevi scritti introduttivi di Franco Quadri, Frie Leysen, Alan
Read e Cristina Ventrucci in edizione bilingue italo-francese).
Dopo i testi di Epopea della polvere, uno dei libri di
teatro più importanti di questi anni, questo Epitaph
esplora l’aspetto visivo del lavoro della Socíetas
Raffaello Sanzio, quasi a mettere in archivio e azzerare le precedenti
fasi del lavoro del gruppo. La radicalità, la volontà
di smontare e distruggere i meccanismi della comunicazione, del
mito e dell’arte, la caparbietà nel cercare una bellezza
che a volte può rivelarsi anche oltre l’orrore, stanno
facendo del percorso della Socíetas una delle esperienze
più interessanti e perturbanti di questi anni. In questa
volontà estrema, il gruppo corre sempre sull’orlo del
fallimento, sospinto dalla tentazione dell’estetismo e del
sublime, in un formalismo abbacinante che offre una estrema speranza
di redenzione; insieme, questo implica la coazione all’esplorazione
di terre incognite dell’anima, alla provocazione contro i
‘luoghi comuni’ e al tradimento come necessità
vitale. Proprio nella compresenza di queste tensioni inconciliabili
sta la dinamica che muove il gruppo, sempre alla ricerca di una
potenza che permetta di attingere – ancora – ai territori
dove il concetto, il linguaggio, il mito, la tragedia, in una parola
la cultura, non si sono ancora cristallizzati ma mantengono un aurorale
potere germinativo. Dove il perturbante abbia ancora la forza di
farci vacillare.
Tra la maschera della morte e un’esplosione di energia cosmica,
Epitaph il percorso della Socíetas, dagli spettacoli
‘iconoclasti’ dei primi anni ‘80 fino a Genesi,
che segna il punto di rottura e la chiusura di un intero ciclo di
lavoro e apre alla nuove esperienza della Tragedia Edogonidia, che
sta approdando in questi giorni a Roma, dove dal 21 al 30 novembre
sarà in scena la settima tappa del percorso. È un
itinerario nella memoria, che permette di rivivere le emozioni scatenate
dalla visione degli spettacoli. A contrappunto delle fotografie
degli spettacoli, Castellucci contrappone altre icone che hanno
nutrito il lavoro del gruppo, in una sorta di ‘autocritica
per immagini’ (con alcune parole chiave incise come lapidi)
che offre ulteriori squarci per interpretare questa sfida estrema
di gnosticismo teatrale.
Epitaph diventa così anche un viaggio in un immaginario complesso
e di grande impatto, dove il protagonista è un ‘corpo
scolpito’, in vari modi segnato, inciso, trasformato: da una
ferita o da una amputazione, dall’anoressia o dall’obesità,
dalla malattia, dalla chirurgia o da una menomazione... A essere
messa in discussione, a creare significati, è ogni volta
la differenza, lo scarto con l’idealizzazione del corpo e
la sua presunta perfezione, l’esplorazione dei suoi limiti
e confini, in una parola la ricerca di una verità del corpo
che può nascere solo dallo scarto, dall’esperienza,
dalla differenza. Questo ‘corpo segnato’, feticcio crudele
ed erotico, a sua volta sulla scena, inserito nella grammatica dello
spettacolo, diventa segno – una icona che però porta
dentro di sé la crudeltà della vita, dell’esistere.
Lo troviamo contrapposto alla bellezza ottusa dell’animale
o infine, in Genesi, alla bellezza innocente, insieme ancora
animale e già umana, dell’infanzia.
È in questa dissezione dei confini del nostro corpo, fondato
sul riconoscimento e insieme la distanza dall’Altro, che Epitaph
offre il suo messaggio bello e devastante, tra orrore e speranza.”
Oliviero Ponte di Pino (da "ateatro", numero 60.82)
Scorsese
secondo Scorsese
Scorsese secondo Scorsese torna in libreria: un autore nel mondo
degli studios
“Nuova edizione, con 150 pagine in più, per un classico
assente dalle librerie da un decennio. Scorsese secondo Scorsese
è figlio, come metodo, del celebre Cinema secondo Hitchocock
di Truffaut: attraverso la forma dell’intervista, bilancia
l’analisi critica con la ricchezza della ricostruzione storica,
la vivacità del racconto con l’introspezione. E Scorsese,
grande conversatore, è un soggetto adatto. Il nuovo volume
arriva fino a Gangs of New York, ed è accompagnato da decine
di fotografie. L’amore di Scorsese per i film del passato,
per la musica, per le storie e per gli attori sembra sempre superare
quello per le proprie opere, che ne sono la naturale estensione.
E rimane esemplare la concretezza con cui affronta il problema della
libertà dell’autore nel mondo degli studios.”
Alberto Pezzotta (da “Il Corriere della Sera”, 13
ottobre 2003)
Le
confessioni di Scorsese giunte alla terza edizione
“Dodici anni (1991-2003) e 154 pagine (219 contro 373) segnano
il distacco tra la prima e la terza edizione di Scorsese secondo
Scorsese opera fondamentale per quanti amano e apprezzano il
regista statunitense di origini italiane (radici che ha sempre nutrito
e coltivato). I saggisti Ian Christie e David Thompson avevano chiuso
la prima versione con L’ultima tentazione di Cristo,
qualche mese fa hanno licenziato la ‘nuova edizione aggiornata’
sulle riflessioni relative a Gangs of New York e sui progetti
futuri di Martin Scorsese.
Sono nuovi molti paragrafi dell’introduzione - intitolata
ora Martin Scorsese: narratore, illusionista, contrabbandiere
e iconoclasta -, ovviamente anche i capitoli su Cape Fear,
L’età dell’innocenza, Un secolo di cinema.
Viaggio nel cinema americano di Martin Scorsese, Casinò,
Kundun, Al di là della vita, Il mio viaggio in Italia,
e l’appendice L’ultima tentazione di Cristo.
La controversia che funge da ‘anello di collegamento’.
‘Complice’ indispensabile dei curatori è stato,
ancora una volta, lo stesso regista, da sempre votato al sogno di
un cinema fuori dagli schemi - e Thompson giustamente sottolinea
che il suo musical ‘era più un noir che un polpettone
alla MGM’, che aveva avuto il coraggio di concludere ‘una
storia di boxe senza il solito megaincontro finale’, che aveva
fatto svanire un mafioso ‘semplicemente nell’anonimato’
- , disposto a mettersi continuamente in gioco ma costretto a volte
a cercare il successo commerciale proprio per conservare la propria
indipendenza dalla struttura rassicurante e condizionante degli
Studios.
‘È un lavoro terribile. - ha dichiarato Scorsese in
una intervista riportata nel volume - Per fare dei film devi essere
nella situazione per cui se non li facessi moriresti. Oggi, invecchiando,
entra in gioco un’altra prospettiva Quella spinta iniziale…
non so come chiamarla: potenza, rabbia, quello che è…
La sbatti sullo schermo per quindici anni e poi all’improvviso
dai un respiro profondo. Sei ancora vivo ed è interessante
vedere se hai dentro ancora abbastanza risorse per continuare a
fare film da un punto di vista diverso. Per qualcuno non funziona.
Per me, non saprei. Direi che sono curioso di vedere cosa succede
se arrivo a quel punto.’
Anche i lettori-spettatori che acquistano questo libro - magari
possedendone già un’edizione precedente - hanno diritto
di essere curiosi: in merito ai metodi di lavoro di Scorsese, alla
costruzione delle storie e alle sue intuizioni sui set, ai progetti
realizzati e a quelli nel cassetto. La ‘voce’ del regista
non li deluderà: è generoso nelle confidenze, lucido
nelle rievocazioni, sereno nell’analisi, mescola vita, letture,
professione, suggestioni, emozioni e tecnica in un racconto affascinante
che è la storia di Scorsese, ‘l’uomo che volle
farsi re-gista’ ma anche la storia del cinema.”
Maurizio Schiaretti (da “Gazzetta di Parma”, 16
ottobre 2003)
Scorsese rivisitato
“Della corposa bibliografia dedicata al maestro italo-americano,
questo era senz’altro uno dei titoli più accurati e
prestigiosi. Ora esce l’edizione aggiornata alle ultime stagioni,
fino dunque a Gangs of New York. La base è data
da tre conferenze tenute da Scorsese in Inghilterra nel 1987. I
due autori hanno poi aggiunto altre interviste, opera per opera,
sino all’oggi. Parlatore facondo e profondo come il suo cinema,
Scorsese offre di sé un ritratto a tutto campo, dal regista
al cinefilo, dall’amante al connaisseur del rock (ebbene sì)
all’uomo del suo tempo. Sempre con passione inesausta. In
appendice, il resoconto dell’ ‘affaire’ Ultima
tentazione di Cristo, un post-scriptum del compianto Alberto
Farassino e uno di Alberto Giusti sul documentario che il regista
di Quei bravi ragazzi ha realizzato su commissione di Giorgio
Armani. Foto in bianco e nero, filmografia con la perfetta cura
editoriale della casa editrice: insomma da acquistare assolutamente,
anche se già si possiede la prima edizione.”
Massimo Lastrucci (da “Ciak”, novembre 2003)
Scorsese, scatenato ragazzo di New York
“ ‘Io sono affascinato dalla nostra storia, in particolare
da quella della East Coast e da quella della formazione dell’America.
Mano a mano che leggi e impari nuove cose, capisci cosa dovettero
superare i nostri padri fondatori.’ così Martin Scorsese
nelle ultime pagine di questo libro di interviste, uscito la prima
volta in italiano nel 1991 e ora aggiornato sugli ultimi film, in
particolare su Gangs of New York, che proprio di quella
storia traccia un ritratto forte e incisivo.
Ian Christie e David Thompson hanno raccolto e ordinato un ampio
materiale documentario che, con le parole dello stesso Scorsese,
ricostruisce la sua vita e la sua carriera di regista: una vita
e una carriera che hanno non poche cose in comune, nel senso di
una componente fortemente (a volte indirettamente) autobiografica
che non è difficile rintracciare nella maggior parte dei
suoi film. Come scrivono i curatori: ‘Spesso Scorsese parla
di persone fortemente in crisi, uomini e donne nella morse dell’ambizione,
e i suoi ritratti dei rapporti umani suggeriscono solo occasionalmente
che l’appagamento porti con sé anche la felicità.
È più probabile che i suoi personaggi si ritrovino,
per così dire, più tristi ma più saggi. Una
redenzione quotidiana. La vita dello stesso Scorsese ha conosciuto
la sua parte di vicissitudini (più di un critico ha cercato
di interpretare i suoi film attraverso la turbolenta carriera del
loro realizzatore)’.
A leggere queste dense pagine, che ripercorrono anno dopo anno,
film dopo film, il cammino umano e artistico del regista, dalla
sua infanzia a Queens, nella periferia orientale di New York (era
nato a Flushing, Long Island, nel 1942), sino all’ultimo progetto
cinematografico di un film sulla vita avventurosa di Howard Hughes
(che dovrebbe realizzare prossimamente), ci si addentra nella personalità
di un uomo complesso e anche contraddittorio, per il quale il cinema
è stato la sua stessa ragione d’essere, il luogo della
propria formazione, maturazione e manifestazione pubblica. Come
ebbe a dire nel 1975: ‘ Io amo i film: sono la mia vita, ed
è tutto’.
Di qui il grande amore non soltanto per la propria opera, che nel
libro, sollecitato dai curatori, illustra da par suo, fornendoci
un percorso analitico, sul piano tecnico, produttivo, artistico,
di straordinario interesse; ma anche e soprattutto per il cinema
in quanto tale, spettacolo di grande impatto popolare, suggestivo,
coinvolgente, ma anche linguaggio composito, duttile, con il quale
è possibile rappresentare la realtà nei suoi multiformi
aspetti, quella di oggi e quella di ieri.
I suoi film sono lì a dimostrarlo, sia quando affronta i
luoghi dell’infanzia, la sua amata New York (da Chi sta
bussando alla mia porta a Mean Streets da Taxi
Driver a Fuori orario, da Quei bravi ragazzi
a Gangs of New York), sia quando si inoltra sui terreni
impervi (da Toro scatenato a Re per una notte,
da L’ultima tentazione di Cristo a Il promontorio
della paura a Casinò). Un cinema, il suo che
non ci lascia indifferenti e che questo libro ci aiuta a conoscere
meglio.”
Gianni Rondolino (da “La Stampa”, 29 novembre 2003)
Un
viaggio alla scoperta del teatro di Cesar Brie
"Argentino
di nascita, ma apolide prima per forza poi per convinzione e poesia,
Cesar Brie lega generazionalmente la sua opera e arte attoriale
e intepretativa al cosiddetto 'terzo teatro'.
A raccoglierne trent'anni di esperienze ci pensa ora Fernando Marchiori
curando, per la Ubulibri, il denso volume Cesar Brie e il Teatro
de los Andes. Marchiori con non comune senso di navigazione,
è riuscito a mettere ordine nella teatrografia di Brie, non
trascurando né gli inizi né le importanti collaborazioni
con la Comuna Baires di Milano, il Gruppo Farfa e l'Odin Teatret
di Eugenio Barba, e soprattutto non tacendo gli slanci emotivi e
gli altrettanti alterchi. Inoltre, il curatore con dovizia ha saputo
cortocircuitare i ricordi di Brie - di assoluto rilievo è
il saggio introduttivo "Dalla fisica del teatro al teatro della
trasparenza" - con le testimonianze-saggio dei critici e sodali
come Giuliano Scabia, Roberto Perinelli, Iben Nagel Rasmussen, German
Arauz Crespo e Antonio Attisani.
In mezzo alle tante e particolari cose del libro, è un piacere
'levare' una frase del genere, biografica, metodologico-critica
e vero nucleo sul quale ruotare il far teatro di Brie: 'C'era una
scena in cui correvo da un muro all'altro rimbalzando con tutte
le mie forze contro dei letti verticali… Tutti erano impressionati…
era una scena che colpiva. Ma per me quel correre e rimbalzare significava
altro: rivelava la mia impotenza, letteralmente sbattevo la testo
contro i muri e non sapevo più come fare con il mio corpo.
Non sapevo più cosa fare del mio corpo. Che fare? Come fare
teatro ancora?'.
Ancora un libro di domande, alle quali però ci sono risposte.
Risposte d'autore."
Fabio Francione (da "il cittadino", 5 febbraio 2004)
César
Brie e il Teatro de los Andes
La
furia e la visione
“Esce nei ‘libri bianchi’ della Ubulibri un volume
dedicato all’attore e regista argentino César Brie.
Fa seguito a molti altri volumi della stessa collana (su Pina Bausch,
il Living, Kantor, Armando Punzo e la Compagnia della Fortezza,
Pippo Delbono, solo per citarne alcuni) che, nel loro insieme, offrono
il quadro editoriale più completo e attento del teatro internazionale
contemporaneo.
Con la cura e contributi di Fernando Marchiori, il volume su Brie
contiene scritti di vari autori. Vanno dal ricordo appassionato
- di Giuliano Scabia, Roberto Perinelli, e soprattutto di Iben Rasmussen
- al vero saggio critico, come nel caso di Antonio Attisani, che
offre un approfondimento dei presupposti drammaturgici e ‘ideologici’
dell’ultimo (grande) spettacolo di Brie, La Ilìada
del 2000. E poi, tante illustrazioni, a pagina intera e doppia,
riquadrate e scontornate, con facce e torsi nudi e strumenti da
musica di un altro mondo, e movimenti di corpi bloccati d’una
tale forza da scappare oltre i margini delle foto. Alla fine, una
teatrografia completa e un’accurata bibliografia, senza risparmio
di titoli. Un libro bello, su una storia di teatro esemplare.
César Brie nasce nel 1954, nell’Argentina tra dittatura
e parentesi democratiche. Nel 1971 incontra il Centro Dramàtico
Buenos Aires, più noto col nome che assumerà l’anno
dopo, di Comuna Baires. Vi scopre un teatro in cui il corpo dell’attore
si fa carico totale dell’espressione e della rivolta. È
un tempo di dittatura. La Comuna espatria in Italia. César
la raggiunge nel ’74, per uscirne l’anno dopo. L’Italia
è, in quel periodo, una terra di feconda accoglienza per
il teatro che si oppone. Horacio Czertok e Cora Herrendorf vi insediano
il loro Teatro Nucleo, prima Comuna Nucleo, uscito dalla Comuna
Baires. Julian Beck e Judith Malina se n’erano fatti cittadini,
dopo la diaspora del Living del 1970. César Brie, nel ’75,
fonda a Milano il Collettivo teatrale Tupac Amaru. Tra il ’75
e l ’80 svolge attività pedagogica, conosce Grotowski
e Cieslak, alla storica Biennale di Venezia del ’75, partecipa
all’Atelier sul Teatro di gruppo di Bergamo (1977) e al convegno
sull’ ‘Uso del teatro nel territorio’ di Casciana
Terme (1977), intorno a quell’autentica rivoluzione della
cultura teatrale che fu la nascita del Terzo Teatro. Soprattutto,
presenta A rincorrere il sole (1978), di cui è regista e
attore solo: uno spettacolo che ha segnato l’esperienza di
molti spettatori. Io l’ho visto nel 1980, a Fara Sabina, in
occasione di una riunione di gruppi organizzata da Eugenio Barba.
Lì, César incontra Iben Nagel Rasmussen, una delle
attrici più rappresentative dell’Odin Teatret. Si sposeranno
l’anno dopo. César potrà avere lo status di
rifugiato politico in Danimarca, dove si fermerà fino al
1990, accanto all’Odin Teatret. Dall’incontro di Fara
Sabina, nasce il gruppo Farfa, condotto da Iben, dove César
opera fino al 1985, e soprattutto impara. ‘A Iben Nagel Rasmussen
mia maestra’, recita l’esergo delle Riflessioni lirico-pratiche
sull’attore. Nel 1984, con la regia di Eugenio Barba, César
è Nijinskij, insieme a Iben, in Matrimonio con Dio:
uno spettacolo sull’amore, quando l’amore va oltre i
limiti. Sempre più César, a confronto con Barba, scopre
il suo talento di regista e il suo scontroso spirito d’indipendenza.
Dal 1988 al 1990 è Artaud in Talabot, dell’Odin.
Dal 1990, quando César lascia l’Odin, comincia la ricerca
di un posto in cui fare ritorno. Alla fine sarà Yotala, in
una fattoria abbandonata d’un villaggio vicino a Sucre, in
Bolivia. Lì, coi soldi delle ‘vacche grasse’,
come César chiama i cachet dei paesi ricchi, nasce il Teatro
de los Andes. Che, prima di tutto, è un ‘posto’,
intriso del sudore per farlo diventare casa e poi per far funzionare
questa casa come un teatro. Nel suo teatro, César è
regista, attore pedagogo, drammaturgo, regista, editore di una rivista,
El Tonto del Pueblo, scritta quasi interamente da lui,
organizzatore e imprenditore. Al Teatro de los Andes nascono spettacoli
di grande fascino e di grande successo: Colòn (1992),
dal Colombo a fumetti di Altan; Ubu in Bolivia (1994),
I sandali del tempo (1995) e, ultimo, La Iliàda
(2000).
In A rincorrere il sole c’erano scene molto forti,
come si dice. César si truccava da morte, a vista, si sodomizzava
col proprio flauto. Ma mi colpì una scena in cui César
suonava, e sulla canna del flauto traverso c’erano dei piccoli
pupazzetti, a portata d’occhio e di mano. Noi spettatori in
carne e ossa eravamo a pochi passi, nella sala del Teatro Potlach.
Potevamo vedere ed esser visti bene. Ma quegli esseri umani in miniatura
erano proprio a contatto: erano loro i veri interlocutori di César.
Un gesto altero, quasi arrogante, da principe, in cui César
prendeva su di sé lo sguardo dello spettatore. Glielo rappresentava
a rovescio, dalla parte dell’attore. Per farlo passare dall’occhio
alla mente, memoria emozione: e tutto quello in cui l’immagine
si trascende in visione.
In Matrimonio con Dio ricorreva spesso un’immagine
in cui César e Iben mostravano l’uno una faccia che
ride, e l’altra una faccia che piange. Del resto, nella follia
o nell’estasi, riso e pianto sono davvero l’uno l’altra
faccia dell’altro. Che un attore possa ridere e piangere insieme,
è ritenuto un vertice del teatro, un suo mito, dall’ekalochaman
del Kathakali, a Duse. Credo che in Matrimonio con Dio
Barba avesse cercato di realizzarlo, semplicemente sdoppiando la
faccia di quell’unico personaggio che fu il Nijinskij della
follia e la moglie Romola. Mi colpì la docilità di
César a stare nel quadro, non so come altro dire, un senso
della disciplina prima di tutto, che è del regista prima
di essere dell’attore, com’era César in quell’occasione.
Come se dentro quel matrimonio, con Dio, con Iben, con Barba, già
corresse il pensiero di un’avventura a solo, a venire.
La morte, il sangue, lo strazio dei corpi, per rappresentarli il
teatro greco ricorreva al messaggero. L’orrore veniva narrato,
non mostrato. Per La Ilìada, la cui fonte greca
è un concerto di morte, sangue e corpi straziati, César
ha scelto la strada opposta. Non semplicemente una strada diversa,
ma una strada opposta, sapendo che (solo) gli opposti si toccano.
Il sangue, nello spettacolo di César, è proprio sangue,
ma finto come dev’essere, cioè tintura rossa a litri.
Lo strazio dei corpi è proprio strazio dei corpi, ma finto,
cioè manichini a grandezza e aspetto naturali, che vengono
concretamente scempiati. E la morte, anch’essa è proprio
morte. Finta senza bisogno di niente: dato che la morte possiamo
solo immaginarcela, la nostra; e quella degli altri comunque è
come se ci arrivasse sempre da un messaggero. La Ilìada
ha avuto il successo che capita a volte ai grandi spettacoli; César
Brie, lì finalmente compiuto regista, ha saputo dimostrare
che la via difficile del teatro è una via alla semplicità,
e che lui è capace di percorrerla fino in fondo.
In Talabot l’handicap di partenza era troppo grande.
César somigliava in modo impressionante all’Artaud
dal corpo trionfante degli anni venti e primi trenta. Anche senza
la spinta dell’aspetto, Artaud spinge alla mimesi. Chi ne
scrive, troppo spesso finisce con lo scrivere parole di Artaud.
Chi rappresenta in suo nome, troppo spesso finisce col rappresentare
le sue immagini di sangue e tortura: César-Artaud ‘sviscerava’
un’anguria rosso sangue, ne gettava via brandelli di polpa
e semi, faceva scoppiare un preservativo gonfiato, spremeva pus
da una banana, e alla fine della sua ‘conferenza sulla peste’
si tagliava la lingua.
Poco prima che lasciasse l’Odin, dopo lo spettacolo Il mare
in tasca, Barba gli disse che, se non se ne prende la distanza,
ciò che si rappresenta non diventa universale. Era la furia
di César, sia pure attraverso Artaud. Non diventava universale.
A posteriori è sempre tutto facile. Così, quando nel
marzo 1990 César lasciò l’Odin, lasciò
anche il suo Artaud di Talabot. Come se, insieme agli applausi e
ai soldi delle ‘vacche grasse’ e alle lezioni proprie
e di Iben, nella sua valigia di esule che torna volesse riportare
anche quella lezione di Artaud.”
Franco Ruffini (da “L’Indice”, ottobre 2003)