"Primavera dei teatri" è un bel nome che rispecchia le scelte giovanili coraggiose e azzeccate del festival di Castrovillari,
giunto alla settima edizione, e la voglia di parteciparvi del pubblico. Al centro quest'anno brillava una giornata beckettiana
giostrata coi metri imprevedibili cari all'autore centenario. A dir il vero, il Finale di partita
dei giovani che vorrebbero rimanere innominati di Teatrino Giullare si svolge su una scacchiera come prevede
il titolo della pièce e il fatto di averlo preso alla lettera moltiplica le prospettive della realizzazione:
i due sofferti pupazzi-pedine di Ham e Clov si trovano infatti inchiodati alle leggi minimaliste di un gioco che ne schematizza le mosse,
mentre i due manovratori che, ai due lati del tavolo, fissano il destino della coppia e le danno le voci e le battute,
godono di un margine di libertà creativa, celandosi sotto le maschere plastiche e i pesanti berretti di
Enrico Deotti e di Giulia Dall'Ongaro, che presta al vecchio Hamm una sorprendente voce cavernosa e,
come il compagno che la fronteggia, dei movimenti interpretativi dei gesti come degli accenti,
contenuti grazie a uno studio accurato ma inevitabilmente significanti. I due si pongono in effetti come
strumenti dell'autore e arbitri della vicenda, personaggi-artefici che aprono e chiudono l'azione manovrando dei
bianchi teli-sipari, ne delineano dei particolari scenici, magari iscritti su una mano, e gli itinerari che conducono
alle scatolette-bidoni dei genitori del protagonista ridotti a scheletri o a manovrare le scale-giocattolo per spiare
l'eventuale sopravvivenza di resti umani all'esterno, dove siamo noi spettatori. Rivive quindi, nelle forme di un gioco
dove tutto è vero e tutto falso e all'insegna del ritmo, l'inesplicabile ma coinvolgente mistero di questa condanna
a una reciproca schiavitù senza sviluppi di due personaggi-simbolo dell'umanità - padre e figlio, padrone e schiavo, potere e vittima -
in una rappresentazione autentica da antologia.
Accanto a questo profondo studio e a un seminario di Giancarlo Cauteruccio, i ragazzi di Gogmagog hanno quindi presentato
un duetto beckettiano un po' anomalo per i diversi modi di scrittura affrontati, avvicinando una piccola opaca gag zeppa di quotidianità,
quale Teatro II, a un dramaticule che scavalca la memoria come Quella volta, dove la voce
registrata di Bobo Rondelli si insegue da tre diverse prospettive spaziali cercando il passato.
Tra le voci del Sud, Ulderico Pesce ha portato dalla Basilicata il suo monologo FIATo sul collo, in cui racconta,
con un'efficace ironia alternata a toni drammatici, la storia di un giovane che paga il sogno di entrare alla Fiat di Melfi,
creduta ingenuamente un modello, con un'esperienza massacrante di operaio sfruttato conclusa da uno storico sciopero,
ma allo sbocco politico Pesce conferisce ritmi troppo lenti e via via compiaciuti, dando infine lui stesso il via agli applausi.
Da Pagliara, nel messinese, arrivava invece Tino Caspanello, autore, regista e interprete assieme ad altri tre attori di Rosa,
dove si avvicendano i dialoghi di quattro giovani di paese che spesso parlano solo a se stessi,
monologando con la propria incapacità di trovare un senso a queste giornate sospese in un vuoto senza prospettive,
nella finta attesa di un treno per evadere almeno nel sogno da un futuro a cui non è facile sottrarsi,
anche se qualcuno già è sparito. Un'intensa atmosfera senza vie d'uscita che ha trovato al debutto la riprova da un incidente memorabile:
non è servito a dissolvere la tensione il lungo momento-verità causato dal protrarsi del trillo di
un cellulare dalla platea per 14 inesorabili minuti,
vissuti con angosciato coraggio dagli interpreti, come se un metronomo ne esaltasse la suspense.