"Un tremendo capolavoro": così Franco Quadri lo presenta nell'introduzione a La casa di Ramallah e altre conversazioni [...]. Parliamo di La pace, vertiginoso apologo teatrale scritto da Antonio Tarantino nel 2002, che con il contemporaneo La casa di Ramallah fa il paio proponendo una stupefacente presa di posizione sulla questione israelo-palestinese. Parliamo, insomma, di teatro "politico" senza la stucchevolezza di molto teatro politicante: un teatro che fonda la sua politicità non nella lucida analisi di questioni storiche e sociali o addirittura nell'illustrazione delle soluzioni per risolvere conflitti e anomalie, ma in qualcos'altro. E cioè nell'interrogarsi sui fatti della storia, lasciando che questa interrogazione scenda davvero nel profondo dell'animo umano, e diventi ossessione, lacerazione, incubo.
È da questa ossessione, da questa lacerazione interiore che Tarantino strappa i suoi personaggi, le sue azioni, le sue storie, plasmandole con una lingua violenta e grottesca, per rigettarle in faccia al lettore/spettatore in forma di incubo visionario. Le sue domande si trasformano in apologhi e allegorie, in "moralità" sghembe e in gag comiche scalcinate: da qui, dalle ceneri di un teatro che non ha saputo dare risposte, ecco l'agghiacciante visione di un mondo plumbeo e senza futuro, ancora senza risposte se non quelle rimaste strozzate in gola a personaggi che calpestano lidi lontani con la grettezza piccolo-borghese della "gggente" cresciuta davanti alle tv italiche. E allora, deflagrano i controsensi e le contraddizioni, perché quei personaggi che si chiamano Sharon e Arafat, quei personaggi che mangiano kebab e sognano la pace a Ramallah, sono in realtà la proiezione malata di ciò che noi siamo, che ci chiamiamo Rossi o Bianchi, mangiamo spaghetti e sognamo la vacanza a Rimini. Palestinesi e israeliani assetati di guerra e nutriti di odio sono in realtà ciò che potremmo essere, il lato oscuro dell'opulento occidente consumista che parla di pace solo perché va a fare la guerra lontano dal proprio orticello.
La pace, appunto. È questo il più folgorante dei quattro testi pubblicati che arricchiscono la teatrografia di Tarantino, pittore per vocazione ma folgorato dalla drammaturgia a oltre 50 anni e subito diventato un caso eclatante. In questo testo, Tarantino come Dante prende due protagonisti storici recenti come Arafat e Sharon, scagliandosi violentemente contro di loro, godendo nel sottoporli alle punizioni più atroci (fisiche, fino alla sublime sodomizzazione di entrambi da parte del fantastico Orso Tunisino; e psicologiche, a cominciare dal dover compiere un viaggio in coppia, per contrappasso) per espiare la loro delinquenza politica e la loro ipocrisia. I due vagano per mari e deserti incontrando nel loro allucinato viaggio picaresco i simboli della loro sconfitta morale, fino alla cinica risata della Puttana che li ha appena buttati giù dall'aereo: "La pace? Ah ah ah!".
Il testo, che ha avuto solo una lettura scenica due anni fa a cura di Quellicherestano, si accompagna ad altri tre apologhi, immersi nel ghigno sofferto di una scrittura ora singhiozzante ora oceanica e barocca, sulla storia contemporanea: Stranieri, Conversazioni e La casa di Ramallah. E anche quest'ultimo è un viaggio dalle parti del conflitto israelo-palestinese. Solo che a fare questo viaggio è una scalcinata coppia di palestinesi con una cultura "de noantri" che accompagna la figlia a farsi saltare in un supermercato israeliano: piccola kamikaze cresciuta a menzogne, che completa con papà e mammà un terzetto dall'implacabile comicità di un film italiano degli anni del boom che si fa beffe dei burini di campagna. Ma questi burini il boom lo fanno davvero. E improvvisamente non sono più macchiette, ma protagonisti meschini di una violenza insensata. Vicini di tutti i giorni, pronti a scuoiarti in nome di non si capisce più cosa. Succede in Medio Oriente, è successo in Iugoslavia... potrebbe succedere anche da noi? E' questa la vera domanda rimossa eppure presente (direi fondante) che regge gli ultimi folgoranti drammi di Tarantino.
(Da "Il Suggeritore" - Bollettino elettronico di Teatri di Vita, n. 54, giugno 2006)