Arrevuoto: Scampia/Napoli
Il debutto scenico del progetto triennale diretto da Marco Martinelli per il Teatro Mercadante di Napoli

di Franco Quadri


C'erano una volta due malati: uno si chiamava Scampia, ed era un grande quartiere di Napoli, già inumano per le gelide architetture dei suoi palazzi a vela e delle sue avenue desolate, divenuto in pochi anni un simbolo del degrado e della volenza per l'infuriare omicida della criminalità; l'altro era il teatro, un'arte antica di raccontare delle storie resa sempre più esangue dalla mancanza di idee e di mezzi, in una società sempre più assorbita da diverse fascinazioni mediatiche. In due serate di spettacolo, svolte una in un grande auditorium costruito quindici anni fa nel quartiere malfamato e aperto al pubblico solo venerdì scorso, l'altra lunedì nel centro della città al Teatro Mercadante, sede dello Stabile partenopeo, entrambe alla presenza delle massime autorità cittadine e regionali e di una folla straripante, i due malati sono guariti entrambi d'incanto, tra le acclamazioni. E quelle serate si moltiplicheranno, in città, ma quasi certamente anche a Roma. Che cos'era successo? Circa un anno fa lo Stabile di Napoli, non nuovo a un'idea di inconsuete ricerche di base, muovendo da uno spunto di Goffredo Fofi e affidandosi alla cura generosa di Roberta Carlotto, aveva messo in moto un progetto triennale chiamato Arrevuoto con una parola dialettale che contiene il senso della rivolta, da sviluppare affidando un corso scenico a un regista teatrale poco succube delle convenzioni come Marco Martinelli, regista delle Albe già esperto nell'allevare dei giovanissimi alla rappresentazione nella sua Ravenna attraverso una non scuola che, come dice la denominazione, non si affida a formalismi imposti ma a una pratica quotidiana dei diversi modi di espressione. Così, scelti attraverso una serie di audizioni 70 ragazzi dai 12 ai 18 anni, convenuti da due diverse scuole di Scampia e da una vicina associazione di rom, ma anche da un liceo classico del centro, li si è chiamati a un lavoro d'assieme durato sette mesi, dedicati all'adattamento di un classico, addirittura La pace di Aristofane, irridente commedia contro la guerra che si prestava per i suoi eterni temi a divenire attuale attraverso l'intervento diretto di quei giovanissimi, sollecitati al plurilinguismo con l'uso del loro dialetto ma anche di interventi in lingua rom puntualmente doppiata, ma soprattutto sollecitati a raccontarsi con una immediatezza e un'inventiva veramente trascinanti. La vicenda, che nell'originale vedeva un cittadino ateniese nauseato da decenni di guerra con Sparta salire ai cieli sopra uno scarabeo stercorario - qui fedelmente tradotto "scarrafone mangiamerda"- per  condurre in terra la dea Pace. L'azione si dibatte quindi tra una Scampia, divenuta "periferia dell'antica Atene" e un Olimpo casalingo, alla ricerca di una Pace "agli arresti domiciliari" da liberare, tra vorticosi monologhi, urla da tifoseria ultrà, rombi di spari, sprazzi di interventi pseudotelevisivi e coretti melodici di vecchie canzoni, quando non esplode una tarantella rubata a Capossela. Gli dei sono generalmente interpretati in successione da diversi interpreti e lo scarrafone si compone di un assieme di persone, l'azione dalla scena dilaga in gradinata, dietro gli spettatori, dove sta la bellissima dea della Pace nella versione rom. Ma in questo ordinatissimo caos, tra divise mimetiche ed eleganti tenute bianche o nere o rosse, non manca mai il tocco quotidiano diretto e spesso violento, come il coro dei disoccupati, quello degli scarabei cresciuti in un rione popolare prendendo il cibo da una discarica, o la polemica del minaccioso finale in cui le sostenitrici della guerra "che muove l'economia" cercano inutilmente di organizzare un urrà per "le grandi opere". Esce invece una lavagna su cui sta scritto "Se qualche volta hai voglia di piangere non farlo", una frase ripresa da un muro dei gabinetti del "liceo Elsa Morante" di Scarpia. E non è pleonastico citare questo nome alla fine di una serata esemplare in cui il mondo continuano a salvarlo i ragazzini.

("La Repubblica", 6 maggio 2006)

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