Con Medea e Ofelia all'Odin Teatret
L'attrice Julia Varley racconta la scuola di Eugenio Barba

di Gianandrea Piccioli


Più ancora che bello (e lo è), Pietre d'acqua, pubblicato dalla benemerita Ubulibri di Franco Quadri, è un libro necessario. Julia Varley, che l'ha scritto, è un attrice della seconda generazione dell'Odin Teatret, il centro da cui Eugenio Barba, un po' come Brecht a suo tempo col Berliner, diffonde nel mondo la sua rivoluzione teatrale. Barba e suoi compagni, molto innovando, hanno radicalmente secolarizzato la ricerca di Grotowski, trasformandola in un modello, quindi coscientemente assumendosi anche il rischio del manierismo, e politicizzandola non in senso ideologico, ma etimologico, cioè usando il teatro come merce di scambio per creare consapevolezza di sé, partecipazione, effervescenza sociale. Un teatro non realistico o descrittivo, antimimetico, addiritura apparentemente astratto nella sua impaginazione fisico-vocale, ma estremamente reale nella sua organicità. La verità corporea dell'attore entra nella narrazione creata dal regista e si comunica allo spettatore con emozione fredda ("Nel mio lavoro di attrice le emozioni non sono un punto di partenza, piuttosto reazioni che arrivano a mia insaputa, la conseguenza di qualcosa che succede"), coinvolgendolo in un confronto diretto e personale con quanto accade nello spazio della performance, sia esso un teatro, una miniera del Galles, una fabbrica, un quartiere del porto di Amburgo, l'aeroporto di Ayacucho presidiato dai soldati antiguerriglia, il mercato di capre di Mejdal. Ormai esiste una biblioteca sull'Odin Teatret e su Barba. Mancava però un resoconto dall'interno come questo. Non un diario di lavoro, né un prontuario di regole ed esercizi o una definizione sistematica di un lessico (training, montaggio, ecc.) entrato nell'uso dei teatranti di mezzo mondo, bensì tutto questo filtrato dalla soggettività dell'autrice. Che non si impanca mai a maestra, ma con tranquilla determinazione descrive una trentennale esperienza di lavoro, sistematizzandola con grande lucidità. Per trovare, e far trovare, la via giusta allo stimolo che mette in moto la ricerca personale o l'azione [fisica] varia[bile] di un esercizio, la Varley ricorre con fantasia e sensibilità tutte femminili a una seria di suggestioni per immagini quasi sempre azzeccatissime. Chi ha visto gli ahimé rari filmati delle prove di Carlos Kleiber conosce l'importanza "giusta" per ottenere dall'orchestra l'effetto voluto: "Prego, signori violini, qui un suono sfumato, leggero, come quando si sfiora appena il braccio della donna amata e si produce un piccolo brivido" (cito a memoria: lui lo diceva meglio). La Varley, alla scuola di Barba, usa lo stesso metodo: "Continuo ad esplorare la sequenza di azioni come se fossi Medea che si avvicina ai figli, come Ofelia che raccoglie fiori nel fiume, come Attila che si prepara alla guerra, come un astronauta che cammina sulla luna, come Amleto che si interroga sul senso della vita, come un colibrì che vola di fiore in fiore o come il sole che scioglie la neve, [...] cambiando il pensiero che accompagna l'azione, sperimento come essa contenga molte più realtà di un concetto". Un piacere per il lettore comune. sollecitato a una diversa attenzione, e un aiuto concretamente operativo per tutti gli allievi delle scuole di teatro (anche quelli non di rito barbiano) cui questo libro è innanzi tutto rivolto. Ma c'è un altro destinatario, su cui Anna Bandettini insiste nella sua partecipe introduzione. E sono le attrici e le registe per cui Julia Varley organizza incontri e festival internazionali, con cui ha inventato The Magdalena Project, una vera e propria "rete" di donne del teatro contemporaneo: a loro è dedicata gran parte dell'ultimo capitolo molto efficace anche letterariamente. Più che nel politically correct del continuo ripetere "le attrici e gli attori", lo specifico femminile si rivela nella particolare curiosità con cui si esplora il mondo: apparentemente dissipata, invece accortissima e paziente nel far crescere dentro, spontaneamente, le varie esperienze, senza preordinarle in uno schema interpretativo; o nella minuziosa analisi delle proprie reazioni fisiche sul lavoro; e nei modi dell'impegno sociale attraverso il teatro: mai ideologico, con un viscerale rifiuto della violenza, pronto a cogliere "gli aspetti contraddittori e contigui caratteristici della realtà".

(da "TuttoLibri", in "La Stampa", novembre 2006)

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